Storie sulla comunicazione e quello che ci circonda.

 

Newsletter

Lo sciopero delle parole

Idee per un programma sfacciatamente utopistico.

Libri di Valerio Cruciani

15 giugno 2020

E se all’improvviso tutti gli scrittori smettessero di scrivere? Se smettessimo per almeno sei mesi di mandare i nostri manoscritti in lettura, le nostre sceneggiature e copioni ai produttori, le nostre canzoni ai discografici?

Se facessimo un grande sciopero? Forse qualcuno si accorgerebbe dell’esistenza degli scrittori. 

Lo sciopero degli autori, o “sciopero delle parole” che sto proponendo, è un’iniziativa per il riconoscimento dei diritti, della figura e del ruolo dell’autore all’interno della società italiana.

Consideriamo che, dopo molti anni di alterazione in senso consumistico del mondo del libro, siamo arrivati al totale rovesciamento dei valori e delle responsabilità, mettendo l’autore, da cui comincia tutto, alla fine del processo e non più all’inizio, il libro in vetrina insieme a lattughe e pantaloni.

Quella dello scrittore è una professione che ha perso dignità artistica e professionale. In Italia, di fatto, non esiste neanche come categoria riconosciuta, salvo alcune eccezioni nel mondo dello spettacolo. Lo dimostra l’attuale crisi economica legata all’emergenza sanitaria: in quasi tutti i paesi europei si prevedono aiuti specifici NON SOLO alla filiera dell’editoria, ma ANCHE agli autori in quanto tali. 

 

Photo by Mick De Paola on Unsplash

 

Noi scrittori italiani siamo vittime di noi stessi, ciechi di fronte alla nostra realtà: non notiamo più, o fingiamo di non notarla, la distorsione a cui è sottoposta la relazione tra noi e il nostro lavoro. Diamo per scontati, inevitabili e normali fenomeni frequentissimi come contratti editoriali che prevedono percentuali irrisorie, la scomparsa degli anticipi, i costi dell’autopromozione, pagare per certi servizi, ecc. Non siamo una categoria e non siamo abituati a pensare di poter formarne una. Ci abbiamo rinunciato in partenza. L’Italia è uno dei pochi paesi occidentali che non ha una struttura simil-sindacale capace di difendere i diritti degli autori. 

Quindi questo sciopero ha come scopo finale quello di avere un’editoria di qualità in Italia, tornare ad avere un reale e proficuo rapporto con i lettori, che diminuiscono di anno in anno, far tornare la lettura tra le attività preferite da tutti, anche dai ragazzi, accerchiati da iniziative scolastiche e ministeriali tese ad arginare il loro allontanamento dalla lettura, dalla comprensione del mondo e di loro stessi, dalla conoscenza, dal proprio futuro. 

Anche se questo non viene mai detto, tali obiettivi non si possono raggiungere se gli autori non occupano il giusto ruolo all’interno del processo artistico e produttivo.

Non si tratta di trovare un codice ATECO per inquadrare lo scrittore e chiedere sovvenzioni, redditi e aiuti, ma di riconoscere la persona che c’è dietro a ogni libro.

Quella persona che dedica settimane, mesi, anni a una singola opera e che studia, che affina le proprie abilità, il proprio talento e la propria professionalità in lunghi anni di gavetta ed esperienza. Quella persona che quasi sempre deve vivere affrontando una doppia fatica: quella diurna del primo lavoro e quella notturna della scrittura. Lo fa perché non ha altra scelta. 

È giusto dare per scontato tutto ciò? Fa parte del rischio, certo, fa parte della vita dell’artista. Ma diversi aspetti dell’industria culturale fanno sì che questo rischio diventi cronico, eterno, fino a farlo sembrare una punizione. 

Gli autori sono lavoratori che stanno alla base di una grande filiera che genera  posti di lavoro e reddito. Gli autori ne sono le radici, ed è da troppo tempo che quelle radici si lasciano a secco in terre scadenti.

 

Photo by Markus Spiske on Unsplash

 

Lo “sciopero delle parole” è frutto di una crisi che viene da lontano. Nel caso dell’editoria, viene da quando si sono aperte le porte alla formazione di grandi gruppi editoriali, da quando questi hanno iniziato a occupare ogni spazio nel mercato librario, dettando legge su ogni aspetto di quel mondo così delicato, estromettendo di fatto l’autore dal luogo che gli spetta. 

La crisi ha iniziato a incubarsi quando il libro è stato messo sullo stesso piano di un qualsiasi altra merce, favorendo il diffondersi della logica neoliberista, togliendo tutele ai lavoratori della cultura e spazio ai piccoli imprenditori del settore. 

La crisi ha iniziato a incubarsi quando si è alimentata la redditizia confusione tra scrittore e star della TV, aggiungendolo alla lista dei fenomeni del consumo, spostando l’attenzione dal libro al fenomeno stesso, ottenendo come risultati la progressiva e massiccia perdita di lettori e l’azzeramento dei diritti, anzi, dell’esistenza dell’autore in quanto tale. 

Non basta dire “si pubblica troppo”. Bisogna dire perché si pubblica troppo. Bisogna spiegare e analizzare. Non basta battersi il petto dall’alto della propria coscienza pulita. Per tornare a un sistema virtuoso del libro, sarà inevitabile una restrizione e un ritrovato equilibrio nella quantità e qualità delle pubblicazioni immesse sul mercato.

Lo scopo e i metodi dello sciopero delle parole, in fondo, sono gli stessi di qualsiasi altro sciopero: fermare la produzione a partire dalla base per portare il mondo politico, imprenditoriale e la società a volgere lo sguardo verso di noi in modo diverso. 

Come in ogni sciopero ci si deve dare un’organizzazione. C’è bisogno di scambio e coordinazione. Bisogna coinvolgere tutti, non solo i nostri affini. Questo grattacapo è profondamente legato ai problemi strutturali del nostro paese, che sono sempre problemi culturali. 

La cultura è dare e ricevere. Perciò sono in sciopero anche le parole. Perché in ultima istanza sono loro le creature indifese che subiscono attacchi di ogni sorta.

E per far rispettare i nostri diritti, non possiamo dimenticare i nostri doveri. Infatti non dobbiamo confondere tra scrittore e persona che scrive. Per distinguerli, dovrebbero bastare questi tre punti: il vero scrittore deve leggere e documentarsi sempre e comunque; deve conoscere la grammatica, l’ortografia e le figure retoriche; deve consultare i dizionari. 

Avere qualcosa di cui scrivere e disporre di un po’ di autoironia non guasta. 

Rifiutare qualsiasi prestazione professionale gratuita o quasi “in cambio di visibilità” è, ovviamente, qualcosa su cui dobbiamo essere tutti d’accordo, da chi è alle prime armi ai professionisti.   

 

 

Tornando allo sciopero, ecco il nostro manifesto, le richieste da cui partire.

 

1) Questa prima fase dello sciopero degli autori, o “sciopero delle parole”, va da giugno 2020 a gennaio 2021. 

 

2) Lo sciopero consiste nel non inviare alcun materiale inedito a qualsivoglia intermediario per la sua valutazione, pubblicazione, ecc. Sono fatti salvi gli accordi già presi e i contratti già stipulati. 

 

3) Tutti gli autori sono invitati a prendere parte a quest’azione, a sottoscriverla, a diffonderla e a discuterne i termini e lo spirito partecipando attivamente. Nella categoria rientrano: autori di narrativa, poesia, non-fiction, sceneggiatori, autori teatrali, autori di testi per canzoni, filosofi, ma anche giornalisti e redattori che si riconoscono in questa rivendicazione. 

 

Per quanto riguarda il mondo dei blog, delle radio, dei video e delle reti sociali in generale, lasciamo alla libera scelta e alla coscienza di ognuno la possibilità di organizzarsi come crede. Si può decidere un black out totale delle pubblicazioni per un certo periodo, oppure alcuni giorni della settimana nei quali manifestare graficamente la partecipazione allo sciopero con uno sfondo di colore nero. 

 

4) Auspichiamo il sostegno di tutti: ricercatori universitari, artisti, lettori, ogni concittadino che voglia appoggiare, discutere o seguire la nostra protesta.

 

5) Lo sciopero non mette gli autori contro gli editori né contro la politica. Vuole, al contrario, intavolare con loro un dibattito sereno e aperto, ma serio e volto alla risoluzione concreta e in tempi ragionevoli di alcuni problemi. 

 

6) Gli scrittori-fantasma, o ghost writers, non sono invitati a partecipare a questo sciopero, essendo parte integrante di quel sistema di cose che si vuole cambiare. È benvenuto, invece, chi sente affinità con le nostre richieste e considera il proprio lavoro frutto di una stortura, vale a dire il ghost writer che vuole uscire allo scoperto e denunciare con noi certe pratiche in vista di un futuro più giusto, onesto e serio dal punto di vista intellettuale e artistico, sempre per il bene ultimo del lettore e della coscienza del paese.

 

7) Chiediamo una legge che fissi il 9% come limite minimo del diritto d’autore per copia venduta. 

 

8) Chiediamo che le agenzie letterarie, i premi letterari, gli editori e altri intermediari non facciano pagare agli autori somma alcuna per il loro lavoro.

 

Nello specifico, consideriamo che il lavoro dell’agente letterario sia quello di leggere gratuitamente e valutare i manoscritti ricevuti e, solo in caso di selezione e stipulazione di un contratto di rappresentanza, pretendere una percentuale legittima e proporzionata sui futuri contratti di edizione ottenuti nell’esercizio del suo mandato.  

 

I premi letterari dovrebbero essere gratuiti. Dovrebbero inoltre garantire un rimborso spese per gli autori premiati che devono viaggiare per raggiungere il luogo della premiazione. 

I bandi dovrebbero sempre includere la lista dei nomi dei giurati e tutte le informazioni necessarie alla trasparenza e al corretto svolgimento del concorso. Consideriamo che l’utilità di un premio letterario risieda nell’avvicinare gli autori ritenuti più meritevoli al pubblico, pertanto è auspicabile che tali premi s’impegnino nella diffusione e nella comunicazione efficace non solo dei risultati, ma anche delle opere selezionate per una miglior penetrazione nel mercato.

 

Gli editori che nascondono nei loro contratti clausole che obbligano l’autore a un acquisto anche minimo di copie dovrebbero essere messi nella stessa schiera dei cosiddetti editori a pagamento. 

 

9) A tal proposito, chiediamo che gli “editori a pagamento” vengano esclusi per legge dalla partecipazione a saloni, fiere ed eventi letterari di ogni tipo, inclusi i premi. 

 

10) Chiediamo la reintroduzione in tutti i contratti editoriali, e per qualsiasi genere letterario, dell’anticipo per l’autore in considerazione del lavoro già svolto dallo stesso. 

 

11) In ottemperanza agli artt. 1, 2, 3 e 9 della nostra Costituzione, chiediamo che lo stato italiano metta in atto un processo legislativo che abbia come scopo il riconoscimento ufficiale dell’autore di libri e affini come categoria professionale, con i suoi diritti e doveri, per un inquadramento sul piano economico e fiscale ai fini di una professionalizzazione dell’intero settore e per ottenere le coperture sociali necessarie in determinati casi.

 

12) Proponiamo la creazione di un sindacato degli scrittori ufficialmente riconosciuto e valido come interlocutore nazionale per le controversie relative ai diritti d’autore, contratti, dispute legali, difficoltà economiche, casi di censura in patria o all’estero, trasparenza nei processi decisionali che lo riguardano, ecc.

 

13) Proponiamo l’istituzione di uno specifico organo nazionale per il registro della proprietà intellettuale dei testi inediti, svincolato dalla SIAE, indipendente e con tariffe accessibili per tutti. 

 

14) Chiediamo che fondazioni e istituzioni pubbliche e private favoriscano lo sviluppo di progetti di scrittura a partire dall’idea, attraverso processi di selezione trasparenti, con criteri certi, giurie valide e fondi economici sufficienti per permettere agli autori assegnatari di lavorare sul progetto, impegnandosi a sottoscrivere un contratto con scadenze e altri obblighi.

 

Valerio Cruciani
Valerio Cruciani

 

Sono consapevole che quest’idea dello sciopero può sembrare un’ipotesi assurda, forse impraticabile e paradossale, ma proprio per questo attraente e foriera di qualche stimolo polemico. Non è detto che le cose apparentemente impossibili non possano realizzarsi, magari in modi inaspettati. 

Ecco, vedi? In questo momento le parole hanno iniziato a fare il loro lavoro: ti hanno portato a scoprire una realtà che forse ignoravi.

Magari hanno svegliato in te la curiosità per saperne di più, forse hai ampliato la tua prospettiva. 

Facciamo quindi questo esercizio di fantasia insieme e immaginiamo un fermento di piazza.

D’altronde si sa, gli scrittori fanno proprio questo: creano mondi nei quali tutto è possibile. Anche la loro esistenza. 

 

Per aderire allo sciopero e discuterne usa la pagina contatti sul mio sito o cercami su Facebook (Valerio Cruciani e il gruppo) o su Instagram

 

Valerio Cruciani

Romano, laureato in Lettere e Filosofia con una tesi sul giornalino dialettale “Il Marforio”.
Ha vissuto per nove anni in Spagna, tra Madrid e Logroño.

Si permette di dire in giro che è sceneggiatore, dato che ha collaborato con alcuni produttori e registi alla scrittura di qualche documentario, qualche corto e qualche film - realizzati e non.

Si arroga anche il diritto di dire che è un romanziere, dato che proprio in Spagna la casa editrice Click Ediciones (Grupo Planeta) ha pubblicato i suoi quattro romanzi: "¡Matadme!", "Negro spaghetti", "Volvieron cantando" e "Palabras fugaces".

Se poi volete proprio vedere uno che esagera, potrà dirvi che è anche poeta. Ha scritto tante poesie e, tra queste, ne ha scelte alcune per riunirle in un paio di libri, resurrezioni occasionali e la scheggia nel dito.

Raggiungiamo insieme l’estasi della risata mentre vi dice che è anche una specie di “atteggione” che si muove tra il teatro e la performanza, non proprio drammaturgo, neanche un attore, ma uno a cui piace leggere in pubblico, a volte montare cose sceniche come "Nel palazzo", "No me pidas que regrese" e "Drum-a". Il palco o la pedana rialzata di un locale è, per lui, il luogo ideale sul quale dare sfogo al suo impudico esibizionismo e uscire dalla solitudine della pagina in bianco e nero.

Ricomponetevi e recuperate la vostra serietà. Sì, perché se proprio ci tenete a saperlo, ha scoperto che gli piace insegnare. Ma l’ha scoperto tardi, quindi non è riuscito ad entrare nella scuola pubblica. No. Ma insegna italiano a chi non parla italiano e insegna scrittura creativa, poesia e sceneggiatura. Ormai lo fa da qualche anno, anche a distanza, per adulti e giovani. E almeno su questo può dire che i risultati non sono proprio malaccio.

Latest posts by Valerio Cruciani (see all)