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Asaf Avidan, lost horse e quattro suggestioni di storytelling

Fino a che punto si può perdere senza arrivare a perdersi? Se lo è chiesto l'artista in occasione dell'uscita del suo ultimo singolo, offrendoci una guida lirica alla ricomposizione emotiva.

Comunicazione, Musica di Viviana Giovannini Leveghi

19 giugno 2020

Meta-recensione in bilico fra la musica di Asaf Avidan,
la vita e tutto il resto.

 

Di tutti gli anagrammi possibili con il nome Asaf Avidan, il mio preferito è Andava Fasi: un autore che si è costruito e destrutturato mille volte, prima in un gruppo e poi da solo, sul curriculum l’apertura dei concerti di Lou Reed e Ben Harper, giusto per fare due nomi. L’ultima fase in ordine cronologico, per sua stessa ammissione, lo ha portato a definire la sua vita come “una catena infinita di fini e addii”. Fra incomprensioni di linguaggio e abbandoni, insieme al suo ultimo singolo Lost horse ci regala quattro riflessioni dalle quali partire per creare nuove storie.

 

Anche questo è Asaf Avidan.

Cosa succede quando hai molto successo con un brano che senti ovunque? Inizi ad arrabbiarti perché forse hai smesso di essere quello che lo ha scritto un po’ di tempo fa. Ma la gente te lo chiede a gran voce.

Ci suoni One day? I fan vogliono che tu aderisca all’idea che si sono fatti di te.

L’ho visto accadere durante una diretta su youtube in piena quarantena. Asaf ha risposto semplicemente hm-no, in un unico soffio, scorrendo i commenti, forse pensando “io sono anche altro”, quanto potrà essere difficile da accettare?

Così si diventa superbi agli occhi delle persone, ma è una reazione intima a una puntura: ci si scosta un po’, adottando una visione diversa.

Quei riflettori puntati sulla scia di chi eravamo illuminano dell’aria colorata, ma pur sempre uno spazio occupato precedentemente, un trono vuoto.

Credo che la cosa più giusta da chiedersi ora sia: chi è, oggi, Asaf Avidan? E, perché no, cos’è, oggi? Quale strumento, quale sottopiatto, quale tenda, quale tensione, quale accordo, quale scoperta, quale ferita, quale bicchiere, quale scarpa?

L’artista israeliano, che ora vive in Italia, ha pubblicato il singolo Lost horse durante la quarantena per condurre i suoi fan, come solo lui sa fare, in una densità atmosferica senza precedenti. E la canzone, un inno all’impotenza corrosiva di non poter cambiare le cose, nasce da una precisa esperienza personale dell’autore.

 

cliff - sea
@erikmaclean via unsplash

 

Un branco di lupi ha accerchiato la sua cavalla spaventandola e costringendola a scappare. Durante questa fuga la cavalla Ariadne è caduta da una scogliera e non è mai più stata ritrovata, lasciando l’amico musicista in un dolore schiumoso e sfaccettato.

In questo caleidoscopio di neri c’è spazio per la sensazione di impotenza quando non si riesce, pur desiderandolo, a cambiare il destino di qualcosa.

C’è spazio per i pericoli che arrivano alle spalle dell’amore, costringendolo nella direzione sbagliata. C’è spazio per quella collana di piccole o grandi fini che si infilano a poca distanza l’una dall’altra, lasciando senza fiato e senza coraggio.

Lost horse è un inno all’esaurimento della forza umana e all’indagine di ciò che resta.

 

Dalla negoziazione alla negazione:
la pienezza del compimento.

All my body’s undulating
Back and forth but it’s too late and
There’s no cure and no sedating
All this pain we’re generating
This prolonged, insane, grotesque thing
That we wrongly have been naming “love”
Honey, this ain’t love, no

L’amore è una trattativa finché non si smette di trattarlo. È sufficiente che una parte in causa faccia un passo indietro, allentando un attimo la presa, per arrivare al significato contrario di amore. E trovargli un contrario non è così facile: si tratta di assenza? Di odio? Di oblio?

Asaf Avidan è un esploratore di processi, non scappa dal dolore e non si sottrae al pensiero tellurico.

Con un occhio lucido e uno asciutto, con quella voce di graffi che si appende al cuore — è così che sembra raccontare quello che non è l’amore. Se è presenza, come può essere assenza? Se è benessere, come può essere contemporaneamente dolore? Benvenuta, dissonanza cognitiva!

C’è qualcosa che possiamo fare, però: accettare che alla fine di una negoziazione possa esserci una negazione.

Un sentimento che smette di esserci o una persona che smette di esistere non negano la potenza di ciò che è stato.

In comunicazione si ha sempre una grande paura del “no”, ma se poniamo questo ostacolo in prospettiva, arriviamo a pescare direttamente dal pozzo della dialettica concedendo agli avvenimenti la possibilità di accadere, ribaltare altri eventi o ribaltarsi lungo il percorso dello storytelling. A quel punto la qualità estetica di ciò che sperimentiamo si trasforma in un’occasione di racconto pienamente compiuto a prescindere dall’etichetta che scegliamo.

È buono? È brutto? È giusto? È inaccettabile? È. E basta.

 

Margini semantici non marginali.

Pretty soon,
I will be feeding
On the taps your little feet in
Silver boots make when they’re fleeing town
And I can’t get around to being
Much surprised by memories speeding
On the road on which we’re bleeding
Love, honey, this ain’t love

Asaf Avidan non è nuovo all’esplorazione del sanguinamento come testimonianza del reale. Già in Different Pulses, 2012, cantava: “My life is like a wound / I scratch so I can bleed / Regurgitate my words, / I write so I can feed.”

 

typography - unsplash
@karinstrand via unsplash

 

“Bleed” in inglese è sanguinamento, ma ha anche un significato preciso in termini tipografici.

È quella zona, di solito da 3 a 6 millimetri, nella quale lo sfondo del design si espande per evitare che la macchina tagli la grafica dove non deve, tranciandone delle parti. In inglese questo perimetro è un sanguinamento, una perdita, uno sversamento, una dispersione. In italiano invece prende il nome di abbondanza: la fuoriuscita data da un’eccedenza quasi gioiosa, un qualcosa in più, una riserva che si aggiunge a un vaso già pieno, un’eccedenza simpatica.

E allora che cos’è quello sfondo che non ha alcuna intenzione di interrompersi? È qualcosa che perdiamo distrattamente o qualcosa che abita uno spazio adiacente al nostro?

Non c’è niente di più reale di ciò che siamo, e allo stesso tempo non esiste altro che abbia quel bisogno estremo di conferme.

Questa lezione di storytelling riguarda l’accompagnare fuori ciò che è rimasto dentro, concedendo una considerazione al cambiamento di valore che gli viene attribuito a seconda di dove si trova.

Il sangue che è “dentro” ci irrora con una potenza idraulica. Il sangue, quando è “fuori”, è una denuncia, un trauma, un avvertimento.

Così Asaf ci ricorda che il contesto non è meno importante dell’oggetto.

Gli psicologi della Gestalt fanno riferimento alla figura-sfondo: riusciamo a percepire qualcosa per via della sua rilevanza rispetto al contesto, in un processo automatico ma ugualmente magico. Le stelle nel cielo notturno sono un esempio banale, ma necessario. La formazione della figura che emerge è un processo di adattamento creativo per il quale siamo in grado di sostituire il mancante con il verosimile, connettendo linee immaginarie e riempendo spazi imprimendo su di loro il marchio dei nostri processi cognitivi.

Cosa vedi in quella nuvola? A un certo punto potrebbe trasformarsi in qualcos’altro senza nemmeno essere stata qualcosa.

 

La danza delle imperfezioni.

I want you to hold me
Perpendicularly only
A sundial for the gods
We were born, born to fail

Se stare con qualcuno orizzontalmente implica una componente di possesso sensuale, un abbraccio perpendicolare presuppone una vicinanza più libera. In quella posizione si è esseri umani nell’atto di rispondere alla gravità, cercando di elevarsi come singoli.

Che cosa significa essere una meridiana per gli dei?

Anche loro perdono il senso del tempo e temo abbiano bisogno delle nostre figure opposte alla luce, quindi delle nostre ombre, per orientare la loro esistenza.

 

apple - apples - imperfection
@twinsfisch via unsplash

 

Senza il nostro pensiero non potrebbero essere, così si insinuano nella parte più oscura di quello che sperimentiamo.

 

Siamo nati per fallire,

scrive il cantautore.

 

Questa traduzione non è sufficiente, perché il verbo to fail in inglese è un compasso che solca con la sua circolarità una costellazione di significati diversi: venire bocciati, per esempio, fallendo un test. Guastare qualcosa (o qualcuno, quando manchiamo al nostro compito).

Non riuscire, quando il risultato si solleva, privo di colla, agli angoli della volontà. Mancare come si manca un bersaglio. E ancora essere abbandonati, non superare qualcosa.

È bello pensare che ogni volta quel “born to fail” rimanga sulfureo nella bocca, un po’ nostalgia e un po’ consapevolezza — fin dall’inizio — di essere nati con quella tara mortale che ci rende perpetuamente imperfetti.

Siamo carne da macello per gli dei, qualunque cosa essi siano, o per le emozioni che veneriamo al loro posto.

In questa danza che consuma i piedi e ingorga le arterie, noi vogliamo delle statue da adorare e loro sembrano ascoltarci nella misura in cui ci dimostriamo dipendenti.

Ecco allora un’altra suggestione di storytelling: Asaf Avidan condivide lo spostamento lungo l’altezza e l’ampiezza, sfruttando tutte le forze che agiscono in un punto narrativo. Possiamo ricavare spessore dalla suggestione di una visione e di ciò che proietta sull’ambiente, oltre a poter descrivere il cambiamento dell’ecosistema visto dal protagonista.

 

Coltivare la sinestesia alle intersezioni delle atmosfere.

It’s raining cats and dogs and lightning
Strikes my heart and sheds some light onto
the fact it ain’t so frightening
How there hasn’t been your pretty sight in
So much time, my teeth are whitening
From the blood we shed while biting
Love, honey, this ain’t love

L’antropologo francese Marc Augé ha contrapposto ai luoghi antropologici (quelli fisici e abitabili, per capirci) quegli spazi in cui si transita senza accedere a una consapevolezza geografica specifica e senza interagire consapevolmente con altre persone.

Questi spazi prendono il nome di non-luoghi e hanno un risvolto affascinante. Il paradosso dell’identità, per esempio. Essendo i non-luoghi strutturalmente simili se non identici in tutto il mondo, possono rappresentare in alcune occasioni l’unico elemento rassicurante in un luogo fisico sconosciuto e diverso da noi.

 

universe - sky
@gregrakozy via unsplash

 

Quello che ci rassicura e ci rappresenta,
ovunque, diventa qualcosa che non ha niente a che fare con la nostra identità.

 

Questa dispersione identitaria crea omologazione e sospensione. Non siamo rappresentati da quello che siamo, ma dalla genericità di superfici alle quali non aderiamo.

Il professor Tonino Griffero ha regalato consistenza alle sfumature che abitiamo: nel suo lavoro dedicato alle atmosfere o, come le ha battezzate, quasi-cose, la verità non ha più bisogno di un corpo, ma vive di percezione.

Proprio come il cavallo perduto di Asaf Avidan che continua a esistere nella tinta affettiva della sua non-presenza.

Una suggestione narrativa da abbracciare come si abbracciano le possibilità, anche quando stringono il vuoto.

 

Viviana Giovannini Leveghi

Cercatrice di metafore e poetessa dall'interno, non ha superato la fase dei perché.

Content creator abbastanza content, creative director copywriter, behavioral architect più tutte quelle definizioni lì che fanno figo nella bio dell'Instagram. ENFP.
Viviana Giovannini Leveghi

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cover image: Asaf Avidan by Jason Marck – WBEZ
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