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“Stardust”: il non biopic su David Bowie

Film, onefilm oneday, Rubriche di Ludovica Casula

16 Ottobre 2020

Presentato oggi, alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Stardust è il nuovo film di Gabriel Range che si focalizza su un periodo particolare e importante della carriera di David Bowie, tra il 1970 e il 1972.

 

Un biopic dove si cerca di raccontare la prima parte di carriera di un artista che ha rivoluzionato il mondo della musica (e non solo).

 

Dopo il grande successo di Space Oddity, due anni dopo, l’uscita di The man who sold the world non ha il successo che si sperava, soprattutto in America.

David decide così di imbarcarsi in uno pseudo tour americano con l’addetto stampa della Mercury, Rob Oberman (l’unico che credeva nel genio visionario del cantante).

 

Stardust

 

Quello che alla fine risulta, più che un film biografico, è un semplice e banalissimo road-movie che si alterna con scene onirico-allucinatorie di flashback che cercherebbero di spiegare, non riuscendovi, il rapporto tra Bowie e il fratello schizofrenico Terry, che dovette assistere quando fu rinchiuso in manicomio.

 

Gabriel Range dirige un biopic che in realtà non è un biopic.

 

Stardust è un film che non ha memoria biografica e musicale, è fiction (come specificato nei titoli di testa) pieno di superficialità e luoghi comuni.

 

Stardust

 

Stardust, il titolo che si rifà a Ziggy Stardust, avrebbe dovuto incentrarsi e analizzare quel periodo preciso che ha portato David ad ispirarsi per comporre la sua figura aliena.

Un’opera piatta che fa della figura di David Bowie uno stereotipo qualunque, al limite del ridicolo.

Lo spettatore non percepisce come l’artista che fu Bowie cambiò totalmente l’iconografia pop musicale di quegli anni, né quel distacco dal mondo che lo resero ultraterreno ed essenziale per chi in quel periodo attraversava il cambiamento, una “metamorfosi” di cui Bowie/Ziggy Stardust divenne portavoce.