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“Supernova” di Harry Macqueen

Perché ogni strada percorsa è un pretesto per ricordare, guardarsi dentro e capire.

Film di Andrea Tiradritti

28 Ottobre 2020

Fino a dove può spingersi l’amore che unisce due persone?

 

Supernova, la seconda opera dietro alla macchina da presa dell’attore britannico Harry Macqueen, cerca per tutta la sua durata di rispondere con delicatezza e sincerità a questa semplice quanto
cruciale domanda.

 

 

Presentato alla Festa del Cinema di Roma il film racconta la storia di Sam (Colin Firth) e Tusker (Stanley Tucci) – l’uno musicista, l’altro scrittore – partner da vent’anni e in gita fra le brughiere inglesi in sella al loro vecchio camper.

 

In realtà il loro non è soltanto un viaggio di piacere, ma una preziosa opportunità per riscoprirsi vicini, tirare le somme della loro decennale relazione e immaginare possibili scenari per l’incerto futuro che li aspetta.

 

A Tusker è infatti stata diagnosticata una precoce demenza che nel giro di poco tempo lo renderà infermo, costringendolo a dipendere dagli altri e a non essere più presente a se stesso. Sam è intenzionato a stargli vicino qualunque cosa accada, ma in Tusker la volontà di non diventare un peso per i suoi cari e la paura della malattia si faranno così impetuose da fargli prendere in considerazione idee estreme.

La luce di questo piccolo e intenso film non risiede nella caratterizzazione dei personaggi o nello sviluppo narrativo della vicenda, ma nello scarto continuamente da riempire fra i sentimenti in conflitto dei protagonisti, nell’affettuosa distanza che lega i loro silenzi e accomuna le loro reciproche carezze.

 

 

Non sappiamo nulla di questi due uomini se non che si amano e che il loro amore è insediato ovunque da una male spaventoso, capace di far tremare le gambe e stringere i cuori in abbracci a lungo dimenticati.

 

Non sappiamo nulla eppure il poco che sappiamo ci sembra di spiarlo dal buco della serratura, sovrastati e attratti da un legame raro e coraggioso.

Le interpretazioni di Stanley Tucci e Colin Firth sono ovviamente le cose più rimarchevoli del film.

 

I due danzano un ballo sommesso e misurato, il quale, simile all’amore che riflette, volteggia instabile fra la complicità e il compromesso, fra l’ironia e il travaglio di sapersi in bilico.

 

Persino quando i loro corpi si scaglieranno uno contro l’altro e le loro voci si solleveranno in lite essi seguiranno un ritmo estraneo e inaccessibile, intimo seppur universale.

 

 

Macqueen lascia intelligentemente spazio agli attori.

La sua regia è attenta al dettaglio e al servizio del sentimento che racconta, ogni ornamento o intromissione non necessaria è rimosso in favore della bruciante urgenza del contenuto che dovrebbe abbellire.

 

Travestito da road movie fin dal titolo, Supernova è in fin dei conti un appassionato dramma da camera che è insieme un sentito elogio della cura e una riflessione sulla malattia; ogni fermata del
viaggio dei protagonisti è infatti una sosta nel labirinto della loro relazione, ogni stella ammirata, ogni strada percorsa un pretesto per ricordare, guardarsi dentro e capire se sia giusto dire basta prima che sia effettivamente finita.

Un’opera esile e densa, che forse non crea le basi per emozionare come avrebbe potuto ma che ha il pregio di trattare senza retorica un tema scomodo non perdendo mai di vista da dove viene la limpida forza del suo racconto.

 

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Cover: Rome, Italy, October 16, Director Harry Macqueen attends the Supernova Press Conference during the 15th Rome Film Festival on October 16, 2020 in Rome, Italy.
Photo by Elisabetta Villa/Getty Images for RFF.