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Matteo Tambussi: il decimo disco dal nastro al blockchain

Musica di Fabrizio Montini Trotti

13 Novembre 2020

Il dialogo tra musica e tecnologia non è quasi mai sincrono, specie negli ultimi tempi. Infatti, a fronte di innovative evoluzioni informatiche che hanno sovvertito gli schemi monetari tradizionali del web, non ha fatto seguito una corrispondente sensibilità da parte dei musicisti e più in generale degli artisti.
Le conseguenze della pandemia, tuttavia, hanno imposto giocoforza un radicale sovvertimento. Non soltanto delle regole di business che governano il mondo della musica in mano ai grandi player, siano essi major o indie label. Ma anche delle logiche alla base del rapporto tra musicisti/artisti e la loro base di fan/follower, svincolandola dalla dittatura del like.

Tuttavia, per saper cogliere queste opportunità figlie della crisi, bisogna sostenere un’idea di indipendenza a 360 gradi. Da una parte un’idea che consideri una diversa concezione del diritto d’autore. Dall’altra una disintermediazione della filiera che riporti al centro non il post con più engagement o la clip con il più alto numero di visualizzazioni, ma il rapporto tra l’artista e il suo pubblico.
Quel rapporto che oggi, purtroppo, è venuto meno per i noti provvedimenti restrittivi che impongono temporaneamente la sospensione di tutte le attività culturali e per cui la musica dal vivo da oltre sei mesi è costretta a pagare uno dei tributi più alti.

Matteo Tambussi è un musicista torinese, per anni residente a Berlino, che ha fatto delle sue esperienze personali, non soltanto legate alla propria vita come artista, una delle cifre stilistiche del suo songwriting.
Così è capace di emozionare, divertire e far pensare con la naturalezza di chi parla a coloro che l’ascoltano senza la quarta parete.

 

Matteo Tambussi musica photoshoot
Matteo Tambussi

 

Le canzoni di Matteo affrontano il nostro quotidiano, ma senza concentrarsi sugli aspetti effimeri. Hanno la capacità di guardare in trasparenza le contraddizioni del mondo che viviamo, siano esse l’allegoria di rapporti poliamorosi o il racconto della multiculturalità berlinese, di una residenza artistica in una stazione ferroviaria dismessa in Slovacchia o in un centro culturale immerso nelle valli alpine. Dov3 ha1 m3ss0 1l DOlOre3 è il titolo in formato alfanumerico dell’ultimo album di Tambussi, il decimo della sua carriera.
 Un disco autoprodotto e distribuito da una propria open label.

Abbiamo raggiunto Matteo per porgli alcune domande sul suo nuovo lavoro e per capire quali siano i meccanismi ricombinati che consentono di abbinare all’indipendenza artistica anche quella discografica, grazie alla blockchain.
Con l’occasione, ci siamo anche tolti la curiosità di capire in che direzione stanno andando i suoi side project. In particolare, quello che a breve porterà alla creazione di una piattaforma per orti urbani.

 

Ciao Matteo, benvenuto su Just Baked!
Prima di tutto vorrei chiederti come stai e come stai vivendo questo particolare momento sia a livello personale che a livello professionale. Inoltre, quali prospettive ed opportunità vedi per il mondo della musica?
«Ciao Fabrizio, guarda: la sensazione è come di trovarsi davanti ad un puzzle scomposto, di cui qualcuno ha sottratto dei pezzi fondamentali. Tante le convinzioni sono messe in discussione e, come molti, sto cercando di contenere la frustrazione al meglio. Professionalmente trovo che sia un ottimo momento per rimettersi a studiare, almeno così è stato per me.
Il mondo della musica è in un momento di “reality check” unico. Dopo anni a regalare le nostre vite, le nostre creazioni e community a piattaforme centralizzate, ci rendiamo conto che il tempo speso su Facebook e Instagram non paga le bollette, e che il rapporto reale valeva qualcosa di unico. È questo il momento in cui i musicisti, gli operatori e gli appassionati dovrebbero mettersi a studiare nuovi strumenti e discipline. Per uscire dal medioevo ci vuole un approccio rinascimentale».

 

A tuo avviso, la condizione di vita che la pandemia ha imposto anche agli artisti potrebbe contribuire alla riscoperta di una dimensione più umana con sè stessi e nelle relazioni?
«La scarsità di un bene desiderabile ne aumenta il valore.
Sono sicuro che, a scanso di scenari distopici, qualcosa di grandioso scaturirà da tutto questo, e la musica sarà protagonista.
Non perché lo dica io, ma perché così è stato dall’inizio dell’era moderna. Basti leggere Noise di Jacques Attali, economista e consigliere del presidente Mitterand.
Spero sinceramente che il terrore mediatico rimanga incagliato nel nostro stato di “allerta” e non infetti il subconscio creativo di ciascuno. Per questo ci vuole studio di discipline nuove, e non per forza estetiche. Questo momento storico richiede spirito di resilienza, mettere a frutto questa cattività e allargare le nostre competenze. Un po’ come quei carcerati che finiscono per prendere una laurea in legge durante la detenzione».

 

Primo piano di Matteo Tambussi per la sua musica
Matteo Tambussi

 

Qual è il tuo rapporto con i social media e come mai hai deciso di oscurarti da alcune delle piattaforme?
«Se devo perdere tempo, preferisco fare binge-watching su Youtube e guardare spezzoni di film a caso. Come ho detto, i social media centralizzati sono diventati per me una grossa perdita di tempo prezioso, e non remunerato. Perdere i contatti degli amici e dei follower? Non credo, forse qualche secondo in più speso a mettersi in contatto. Il documentario The Social Dilemma racconta per filo e per segno questa presa di potere da parte di un gruppo molto ristretto di persone.
Non sono un artista da grandi numeri, non sono un influencer.
Il mio valore aggiunto è nel portare avanti progetti, musicali e tecnologici, con network ben tessuti di persone. Tutto il resto è una camera del rumore, dove le singole voci vengono dissipate».

 

È uscito da poco il tuo decimo album dal titolo Dov3 ha1 m3ss0 1l DOlOre3. Come ogni tua release, dietro questo nuovo lavoro ci sono molte storie. In queste si riverberano non solo significati profondamente personali, ma anche incontri e racconti di persone che hai conosciuto durante una residenza artistica nelle Alpi.
Puoi raccontarci la genesi del progetto?
«Il disco è nato da una residenza artistica nell’estate 2019 alla Stone Oven House. Si tratta di una grande casa comunitaria, un luogo speciale nelle valli valdesi al confine con la Francia. Sede appunto di residenze artistiche da tutto il mondo, è anche meta di turismo alternativo e tappa per viaggiatori con uno spirito fine. Ho passato due settimane lassù, nelle quali ho raccolto le storie degli altri visitatori e artisti, per intrecciarle con le mie personali.
Ho mescolato aneddoti e simbologie mie e di altri in un’unica trama, così come si intrecciavano le storie intorno al fuoco, sotto il cielo stellato.

Un brano al giorno, scritto e registrato su di un registratore a quattro tracce a cassetta Tascam Portastudio. Dieci brani in tutto, per il decimo disco della mia attività di musicista. Strumentazione, quella disponibile: varie chitarre recuperate in giro, un grosso djembè invecchiato, un sequencer tascabile della Teenage Engineering, pochi effetti a rack e a pedale. Al termine della residenza il disco era praticamente terminato, salvo poi fare il necessario lavoro di cosmesi finale in studio con il mio amico e produttore Luca Vergano».

 

casa nel verde dove creare musica

 

Perché il nome dell’album ricorda la combinazione di numeri e lettere caratteristica di una password? Si tratta soltanto di una metafora dei nostri tempi in cui ogni aspetto della nostra vita è ormai regolato da un codice alfanumerico oppure le parole scritte in questo modo sottendono i tuoi interessi paralleli rispetto alla musica?
«Un po’ tutte e due. Le password rappresentano le nostre chiavi di accesso al nuovo mondo. Ognuno ha nomi e serie numeriche che sottendono a fasi fondamentali della propria vita. La password è il nostro intimo.
Tra l’altro, fai caso al momento in cui rinnovi le password per i tuoi accessi online: è quasi sempre un nuovo capitolo, perché subconsciamente dici alla tua mente di “secretare” (in inglese si dice “classify”) nuovi aspetti fondamentali della tua vita. Anche per questo “Dove hai messo il dolore” non è né una domanda, né una affermazione. Rimane in bilico lì, tra il dubbio ed un suggerimento. Oltre a questa motivazione, ho voluto utilizzare questo sistema alfanumerico per rappresentare il mio recente coinvolgimento con l’ambiente crypto internazionale e i vari progetti che sto seguendo».

 

A dispetto del titolo che potrebbe richiamare l’immaginario avveniristico di Matrix, l’ispirazione di Dov3 ha1 m3ss0 1l DOlOre3 parte da un’esperienza completamente naturale.
Quali sono i link tra l’ispirazione di un ritorno ad una vita bucolica e l’innovazione data dalle nuove applicazioni della blockchain?
«Cominciamo dal dolore. Il dolore è una componente demonizzata della nostra vita, come la morte. In realtà, è uno degli aspetti che ci accomuna di più e da cui scaturiscono sentimenti alti come l’empatia e la pietà, quindi la fratellanza. Penso a Beethoven, alla sua sordità e al suo Inno alla Gioia, e a quanto dolore ci sia stato dietro quella musica così luminosa.
La vita bucolica è una vita priva di tante comodità, comodità che vogliono allontanare la fatica e il dolore, quindi l’idea della morte. Essa trova la sua base nei movimenti sociali di rigenerazione come le comunità grassroot, gli hub di permacultura e gli orti urbani.

Allo stesso modo la blockchain cerca di ristrutturare la governance online spezzando i grandi monopoli finanziari a beneficio di tutti. Credo siano due movimenti che tendono allo stesso obiettivo partendo da orizzonti opposti. Io sto collaborando con la Fondazione Ethereum e alcune compagnie e associazioni per favorire l’implementazione di sistemi economici decentralizzati e trasparenti, applicandoli all’economia circolare di queste comunità».

 

 

Dov3 ha1 m3ss0 1l DOlOre3 oltre ad essere un album autoprodotto esce per una Open Label da te creata. Si tratta di una scelta terza, che non è né indie né major.
Che cos’è una open label e in che modo si differenzia da un’etichetta discografica tradizionale, per quanto indipendente?
«Ho creato la ThisgGuy come società di R&D e eventi in ambito blockchain. È stato naturale registrarla come etichetta presso uno dei tanti distributori di musica e utilizzarla come base di sviluppo per l’idea di “open label”. La open label è fondamentalmente uno smart contract, collegato con il deposito di un’opera musicale. Questo smart contract abbina al numero di deposito del brano un numero finito di token, che rappresentano quindi quote di royalty di un determinato brano.

Questi token possono essere ceduti, scambiati o venduti direttamente alla fanbase. Il rapporto di stima e interscambio tra artista e la sua fan base viene così contrattualizzato e incentivato. Perché dovrei perdere tempo ed energie mentali ad inseguire boriosi A&R, per essere poi messo in un cassetto del roster delle loro etichette, quando posso mettere al lavoro venti, cinquanta, cento buoni fan sulla promozione di un singolo? Stiamo andando in quella direzione e, personalmente, sono abbastanza contento di contribuire a questo cambiamento».

 

Cosa significa materialmente contrattualizzare il rapporto con i propri follower e in che modo la disintermediazione della filiera discografica attraverso la blockchain rappresenta un ambito interessante da esplorare e un’opportunità per i musicisti?
«Un contratto è un accordo tra due o più persone che ha valore in tribunale, all’interno di un ordinamento giuridico di riferimento. La blockchain è un network di validazione dei documenti senza intermediari. Gli smart contract sono dei programmi scritti sulla blockchain per regolare il rapporto tra due o più persone. È codice, e come tale le possibilità creative sono quasi infinite. È come inventarsi un gioco di ruolo e far sì che le regole applicate nel gioco abbiano un riscontro legale e finanziario nella vita reale. Tutto sta a quali elementi vuoi mettere sul tavolo. Il nostro rapporto con Instagram, Facebook e co. è gratis, ed è questa gratuità che ci ha distratti, mentre queste piattaforme contrattualizzavano il rapporto con noi (motivo per cui ogni nuovo contenuto condiviso sulla piattaforma diventa di loro proprietà).

Siamo stati le loro pedine in una versione di Monopoli tutta loro, non giocatori alla pari. Internet è molto di più.
Per darti un’altra immagine: pensa cosa comporterebbe una scarsità di like – esempio, 10 like a disposizione ogni settimana – su un qualsiasi social media. Non più una interazione infinita e quindi svalutata, ma soggetta ad un valore (il thumb-up o cuoricino) reso quasi prezioso, trigger di nuove economie più inclusive. Come cambierebbe il nostro rapporto con i follower?
Sono domande da porsi e risposte da cercare se si vuole andare avanti. La curatèla, i like e gli share non sono operazioni automatiche: ci sono sostenitori reali dietro. È una visione molto più imprenditoriale quella in cui mi trovo oggi, ne sono cosciente, ma fortunatamente riesco a trovare un lato artistico anche in questo».

 

In ambienti accademici la tecnologia blockchain è accreditata come uno degli strumenti in grado di rivoluzionare il mondo dell’economia, non solo di quella informale.
ETHTurin e uFarm sono due progetti, non di carattere musicale, che hai contribuito ad ideare e sviluppare.
Di cosa si tratta?
«ETHTurin è stata la prima hackathon italiana di Ethereum, che abbiamo organizzato lo scorso Aprile 2020. Una hackathon è un contest di sviluppatori. Normalmente, le hackathon hanno carattere agnostico: ti presenti, ti unisci ad un team e insieme sviluppate un’idea qualunque relativa a quel sistema. ETHTurin è stata invece una hackathon con un focus ben preciso sui temi ESG, di Economia Circolare e Local Impact. Era programmata per svolgersi fisicamente in una location a Torino. Ovviamente abbiamo dovuto convertire in virtuale e siamo stati i primi ad adattarci al lockdown in remoto, utilizzando tutti strumenti di video conferencing open source e non proprietari. L’hackathon ha prodotto nove progetti su Ethereum a tema sociale, alcuni dei quali sono entrati in fase startup.

Ufarm invece è una piattaforma decentralizzata dedicata agli Orti Urbani. Questo è un fenomeno che sta rivoluzionando  aree suburbane in giro per il mondo e che ha trasformato Detroit nella capitale verde degli States. Siamo al lavoro con una compagnia di open innovation e Agritech basata in Sardegna. Vogliamo gettare le basi per un’economia circolare che permetta agli orti urbani di incentivare una maggiore partecipazione da parte della comunità cittadina. Ci vorrà un po’ di tempo, ma ci arriveremo. Spero che nel 2021 riusciremo a svolgere già dei test pilota con la comunità degli orti urbani torinesi».

 

Matteo Tambussi photoshoot seduto con chitarra per nuova musica
Matteo Tambussi photoshoot

 

Tornando alla musica vorrei chiederti gli ultimi cinque dischi che hai ascoltato e quali nuove scoperte musicali hai fatto di recente sia di artisti contemporanei sia del passato.
«Cinque dischi non saprei, non ascolto più dischi interi in novità, solo musica che voglio approfondire. Seguo più per generi o per playlist oramai. Quindi la butto sulle playlist: l’hip-hop francese tipo Moha la Squale, artisti blues del Magreb, techno come The Blaze, musica ambient per lavorare, tracce di suoni naturali con strumenti celtici, e poi tanta lirica. Non sono un grande ricercatore di musica nuova. Riscopro continuamente cose del passato che credevo di conoscere e non avevo ancora compreso in tutta la loro portata. Passaggi armonici mai considerati nella loro importanza, versi di testi che ad un tratto aprono nuove porte dell’anima.

 

In genere, la nuova musica che scopro avviene sempre ai concerti, ahimè sempre più radi, ma anche sempre più a portata locale.

 

Posso parlarti quindi di un cantautore di Torino che si chiama Puso, un performer eccezionale, stile Tricarico, scrive dei brani freschi, meravigliosi. Uscirà presto con del materiale di debutto a cui stiamo lavorando insieme.»

 

Prima di salutarti, vorrei chiederti quali sono i prossimi progetti a cui stai lavorando.
«Musicalmente mi sto dedicando a registrazioni su nastro di vari esperimenti senza troppa finalità, solo per gusto personale, e lo farò per un po’ di tempo. Ho poi cominciato a buttare giù materiale insieme alla mia vecchia band, i Baroque, per un eventuale nuovo disco dieci anni dopo. Musicalmente in senso ampio abbiamo creato con alcuni amici musicisti una APS a Torino che si chiama Soundset. Abbiamo un grande studio di registrazione in periferia e progetti di inclusione sociale tramite nuovi strumenti tecnologici. Purtroppo, come tutti, anche noi siamo al pit-stop in attesa che questa crisi cessi.
Per quanto riguarda tutti i progetti che seguo sul blockchain, ci vorrebbe un’altra intervista!»

 

Fabrizio Montini Trotti

 

Matteo Tambussi è un musicista torinese. Ha suonato per dieci anni nei Baroque e negli Eskinzo, con cui ha pubblicato un totale di quattro album, aprendo concerti di Nick Cave, Primal Scream, Blonde Redhead, Africa Unite, Boy George, Ministri. Durante i sei anni di residenza a Berlino ha cominciato una carriera solista con l’EP Spiritual Slang, inserito nel Dicembre 2014 nella playlist di Gilles Peterson “Music Vitamins” della BBC6. Polyamorie è il suo quinto disco berlinese, dopo Žilina, Prince Tortuggi e la compilation Alphaville Homestudio Recordings #1, prodotto da iMusician Digital. Dov3 ha1 m3ss0 1l DOlOre3 è il titolo del suo decimo album.

 

Cover: Copertina di Dov3 ha1 m3ss0 1l DOlOre3 | Credits to iMD-thisguy