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Crystal Bayat, 24 anni, la ragazza con la bandiera afghana

Citizens of the World, Personaggi, The girl with the Afghan flag di Miriam Bendìa

21 Agosto 2021

La fine della notte nera è bianca, recita un antico proverbio afghano.

 

 

Se ho paura? Certo, per i talebani uccidere è nulla.

Crystal Bayat

 

 

Nel giorno dell’indipendenza dell’Afghanistan, il 19 Agosto, Crystal Bayat è scesa in piazza a Kabul, con altre 6 donne coraggiose, per manifestare contro i guerriglieri:

 

Li ho visti sparare su di noi!

 

 

 

 

Ha 24 anni: quasi quanto è durata l’occupazione militare del suo Paese da parte delle truppe occidentali.

Ha sfilato per le strade di Kabul con la bandiera che inutilmente i talebani le avevano ordinato di buttare via. Infatti dal giorno in cui i talebani hanno preso il controllo, l’innalzamento della bandiera afghana è diventato un atto di resistenza.

 

 

La bandiera nazionale significa orgoglio nazionale. E sventolare questa bandiera significa appoggiare la nostra Costituzione!

 

 

 

Insieme ad altre 6 giovani donne, e a vari uomini, Crystal ha camminato per le strade di Kabul per gridare il suo amore per la Repubblica afgana e per chiedere il rispetto dei diritti delle donne.

Ha sfidato i talebani in mezzo alla strada, portando sopra la testa la bandiera afgana verde, nera e rossa.

 

Crystal: «La nostra bandiera è la nostra identità!

 

 

Mi hanno detto: sei una donna, devi stare a casa.

Perché una brava donna sta a casa e non esce.

 

 

Così ho risposto loro che noi donne abbiamo il diritto di uscire da casa e prendere parte a tutte le sfere della società.

 

Mi hanno detto: ti stai sbagliando.

 

Ho replicato che mia madre usciva di casa per andare a lavorare tutti i giorni… Uno dei manifestanti è venuto in mia difesa.

 

Gli hanno puntato una pistola alla spalla e lo hanno spinto via.

Gli hanno preso il cellulare e l’hanno rotto.

 

È stato terribile per me… Ho perso ogni speranza.

E ho avuto come uno shock.

 

 

In quel momento, mi sono resa conto che i talebani non erano cambiati.

Ancora non credono nella libertà e non rispettano i diritti dei cittadini.

Sono rimasti gli stessi del 1996.

 

 

I talebani ci urlavano:

ragazzini, sarete liberi ancora solo per 20 giorni, dopo che la trattativa sarà completata e l’Emirato sarà al potere, imporremo ciò che vogliamo!

 

 

Quindi ho deciso che volevo solo usare questi 20 giorni e alzare la mia voce!

 

Così non mi sono inchinata davanti a loro e ho continuato a camminare e abbiamo marciato, per le strade di Kabul, con le bandiere dell’Afghanistan».

 

 

 

Crystal ha coraggiosamente deciso di restare fra i suoi coetanei, con i genitori, i nonni nella sua terra, non vuole essere costretta a fuggire via.

 

È tornata in Afghanistan l’anno scorso dopo aver studiato all’estero, piena di speranza per il futuro.

 

 

Non avevo mai visto prima i talebani, in tutta la mia vita. Era la prima volta che mi trovavo di fronte a un talebano.

 

 

«Avevo appena aperto la mia scatola logistica e speravo che non ci saremmo mai arresi e che non avremmo mai permesso ai talebani di tornare a meno che non fossero cambiati.

In un giorno, tutti i sogni delle donne, anzi degli uomini e delle donne, sono morti.

 

 

La vita delle donne ora è come quella di un uccello in gabbia.

Sono in prigione adesso.

 

 

È la cosa peggiore per le donne afghane.

Non avremmo mai pensato che potesse succedere.

 

L’Afghanistan ora è in una situazione terribile.

 

 

Il mondo deve ascoltare la voce delle donne e dei giovani afgani e agire!

Nessuno può sapere cosa accadrà domani.

 

 

Mia madre mi ha raccontato molte storie dolorose sul periodo in cui i talebani governavano il Paese, quando io ero ancora piccolissima.

La paura e il dolore sono gli stessi che stiamo provando oggi!

Mia madre è un medico, è una ginecologa, ha aiutato molto le donne durante l’era talebana.»

 

 

Io sono cresciuta nel Paese con i cambiamenti avvenuti dopo il 2001.

Sono andata a scuola e ho frequentato l’università. Mi sono laureata in Scienze Politiche al Daulat Ram College dell’Università di Delhi (nel 2017), subito dopo ho preso un master allo United Nations Institute di Delhi e ora sto studiando per ottenere un dottorato.

Faccio attività politica, sociale, civile per i diritti umani e scrivo.
Ho cercato di dar voce al mio popolo, alla nuova generazione e specialmente alle donne.

 

 

Pur comprendendo la paura di chi scappa, anche a costo di aggrapparsi agli aerei che decollano per poi abbandonarsi nel vuoto e morire, Crystal ha pensato di potere e dovere rimanere.

 

 

Non solo per testimoniare quanto sta accadendo ma anche per difendere ciò che le è stato insegnato e permesso di realizzare nella sua giovane vita. Anziché fuggire, ha preferito continuare a coltivare ciò che di buono e giusto è stato seminato nel suo paese, dopo il 2001.

 

Quindi ha contribuito a organizzare questa piccola (circa 200 persone) e coraggiosa manifestazione, a Kabul, e ha rivelato il proprio nome reale (nonostante i rischi).

 

 

Quando i talebani sono entrati a Kabul ho deciso di prendere posizione contro le loro norme e la loro crudeltà.

 

 

I talebani stanno allontanando le donne dai posti di lavoro nei media e in altri settori?
Crystal: «Non permettono alle donne di andare al lavoro».

 

 

Crystal è subito diventata il volto delle proteste delle donne contro i talebani nell’Afghanistan dilaniato dalla guerra.

Sta incoraggiando le donne afghane a mobilitarsi, a rivendicare i propri diritti democratici.

 

 

Ho studiato duramente e con passione, negli ultimi 19 anni, e mi sono sforzata al massimo per raggiungere i miei obiettivi.

Ma oggi, sfortunatamente, tutti i miei sogni sembrano infrangersi.

Negli ultimi 20 anni, abbiamo visto molti cambiamenti importanti nella nostra società e, ora, ci stanno di nuovo rubando tutto!

 

 

 

 

Difendere i diritti democratici di Crystal e di tutte le donne afghane è, ora, il banco di prova di ogni democrazia, perché, come direbbe Gino Strada:

 

Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra.

Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti.

Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.

 

Miriam Bendìa

 

Attualmente in Afghanistan, sabato mattina Crystal Bayat era in viaggio per l’aeroporto di Kabul.

«Non mi sento al sicuro se sono in videochiamata».

 

Ha paura di rispondere alle chiamate perché il suo telefono è sotto controllo. Lunedì mattina ha comunicato che lei e la sua famiglia stanno cercando un posto sicuro.

Non ha accesso a Internet per più di poche ore al giorno.

 

La 24enne sta cercando di lasciare Kabul insieme alla sua famiglia e ha confermato che non si sente più al sicuro lì. Costretta a vivere nella paura e con un accesso limitato a Internet, ogni giorno, e, soprattutto, senza i propri diritti umani fondamentali garantiti.

 

C’è bisogno di una voce libera e coraggiosa per raccontare quello che sta accadendo in Afghanistan, quindi la nostra redazione, ha proposto a Crystal Bayat di tenere una sua rubrica giornaliera su Just Baked.

E lei ha accettato.

Una grande gioia e un grande onore, per noi.