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American Hustle

Irving Rosenfeld è figlio di un vetraio del Bronx che va in giro a spaccare vetrine così da incrementare gli affari di famiglia. Lo sa, Irving, che nella vita bisogna rimboccarsi le maniche e arrangiarsi per stare a galla e, di fatti, lavora sodo nelle sue lavanderie a secco, mentre smercia quadri falsi e truffa poveri cristi indebitati fino al collo: “voi mi date 5 mila dollari e io ve ne do 50”. È un tipo incasinato come il riporto che ogni mattina si sistema con dovizia certosina, come la moglie Rosalyn, una mina vagante con figlioletto a carico, le unghie laccate di rosso e una lampada solare in salotto. È un truffatore poco elegante, ha la pancia e pessime camice, ma ascolta Duke Ellington e sa come fregarti con un sorriso.

Sidney Prosser è una rossa tutto pepe, una per cui la vita va addentata, bevuta, consumata; i suoi vestiti hanno scollature vertiginose che raccontano l’avventura, il brivido, l’inganno, l’amore, il sesso, la morte, la rinascita. Lei e Irving si incontrano e si amano subito, diventano soci in affari, ballano sulle note stropicciate di Live and let die e su quelle sinuose di Jeep’s Blues, tra vistose pellicce e assegni in bianco. Innamorati e folli, come un giro sulle montagne russe e insieme sulla ruota panoramica, avvinghiati a guardare il mondo.

Richie DiMaso è un agente federale, cotonato, cattolico, irascibile, stritolato tra una madre apprensiva e un cumulo di scartoffie, con il sogno di diventare il nuovo Eliot Ness. Aspetta il suo Al Capone e, invece, incontra i Bonnie e Clyde in stile Donna Summer, che prima arresta e poi assolda per incastrare i pesci grossi, i mafiosi e i politici, come il sindaco italo – americano Carmine Polito, che non disdegna cene con la mala e mazzette per il bene della sua comunità e della famiglia.

Questi personaggi, folli e miserabili, ondeggiano tra labirinti di specchi e identità false, lunghi corridoi di lussuosissimi hotel e strade bagnate di una New York con troppi vermi; stanno tutti fregando qualcuno mentre in radio gli Steely Dan suonano Dirty Work.

Si sopravvive come si può in un’America che ha perso la sua innocenza, dove l’incubo del Vietnam ha lasciato orde di zombi ubriachi sui marciapiedi e il faccione rugoso di Nixon ha mostrato a tutti che a scavare in fondo ci si sporca tutti di melma. Il ’68 sembra lontanissimo e la rivoluzione odora di naftalina e spray per i capelli. Ci sono le luci stroboscopiche, il velluto, le zeppe, la febbre del sabato sera e la versione cocainomane del self made man.

David O. Russell, regista dei bellissimi The Fighter (2010) e Silver Linings Playbook (2012), firma il suo capolavoro, scrivendo la sceneggiatura insieme a Eric Warren Singer e dirigendo un cast di ottimi attori, che si porta dietro come fa il direttore di un circo con i suoi acrobati migliori: Christian Bale (restiamo affascinati e un po’ perplessi di fronte all’ennesima estrema trasfigurazione fisica dell’”uomo pipistrello”), Amy Adams, Jennifer Lawrence (entrambe vincitrici di un Golden Globe per la loro performance), Bradley Cooper e Jeremy Renner (come sempre in parte).

American Hustle è un film esteticamente perfetto senza essere lezioso (meritatissimo il Golden Globe come miglior commedia): i movimenti di macchina, la scrittura dei personaggi e la costruzione dei dialoghi richiamano alla mente alcune pellicole della Hollywood Renaissance – il periodo più innovativo dell’industria cinematografica americana – quell’insieme di naturalismo e irriverente sperimentazione, che si ritrova, ad esempio, nei primi film di Martin Scorsese e Sidney Lumet. C’è più glamour, certo, e indubbiamente meno libertà di quanta ce ne fosse alla fine degli anni Sessanta in quel crocevia polveroso nella città degli angeli, eppure, a nostro avviso, è uno straordinario prodotto autoriale.

Si ride e molto, soprattutto quando capiamo che rubare in casa dei ladri non è mai un buon piano.

 

Chiara Ribaldo| Bake Agency

 

 

 

 

 

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