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“Her” – Alienazione post moderna di un futuro tinto di colori pastello

“Her – Lei” è un film del 2013 che vede come protagonista Joaquin Phoenix. Il film ruota intorno a Theodore che durante l’elaborazione della relazione – ormai finita – con Katrine, incontra Samantha (Scarlett Johansson) , un nuovo sistema operativo “OS 1” dotato di un’intelligenza artificiale che le permette di evolversi, adattandosi alle esigenze dell’utente.

Il regista, Spike Jonze, critica una società inghiottita dalla bulimia collettiva nella quale siamo apocalitticamente finiti; tale società è caratterizzata dall’alienazione degli individui a seguito di un’asfissiante interconnessione tecnologica che, sebbene non sia possibile toccarla né vederla, siamo consapevoli della sua incessante presenza attorno a noi.

È una riflessione sull’amore, lo notiamo studiando il protagonista: Theodore viene presentato come un uomo ripiegato nella propria desolante quotidianità autoreferenziale, che lavora per la compagnia “Beautiful Handwritten Letters”. Il suo compito è scrivere lettere come fosse qualcun altro, rendendo le lettere abbastanza credibili perché la persona che le riceve possa crederci. Il che, è paradossale.

La sua sola preoccupazione è la ricerca di un amore in un mondo a lui freddo e distaccato.

L’incontro con Samantha sarà poi fondamentale perché gli aprirà gli occhi sulla profonda verità che l’amore può essere diviso da un numero qualsiasi di persone. È solo grazie a lei che capisce finalmente cosa scrivere alla sua ex moglie, mettendo finalmente fine alla sofferenza di un amore finito.

Non usa parole ricercate per comunicare ciò che sente, bensì, di una semplicità disarmante perché per chiedere scusa serve solo una parola.

“Ciao Katrine, ho pensato tanto a tutte le cose per cui ti vorrei chiedere scusa, a tutto il male che ci siamo fatti, a tutto quello di cui ti ho accusato, a tutto ciò che avevo bisogno che tu fossi o dicessi. Ti chiedo perdono. Ti amerò sempre perché siamo cresciuti insieme e mi hai aiutato ad essere chi sono. Voglio che tu sappia che ci sarà sempre un po’ di te dentro di me e ti sono grato per questo. Chiunque tu sia diventata, in qualunque parte del mondo tu sia, ti mando il mio amore. Sei mia amica per sempre.”

Il film presenta un’allegoria dell’oggi che riscontriamo con il Metaverso. Non è la prima volta che l’uomo cerca di inventare una realtà virtuale: basti pensare a SecondLife.

Second Life è un videogioco dove non servivano capacità tecniche ma era la personificazione digitale della tua seconda vita: c’era un avatar che potevi acquistare, fare amicizia, etc.  ed è stato uno dei primi giochi a duplicare la vita ma è diventato eccessivamente coinvolgente. Ci sono stati casi di suicidi, omicidi, morti di fame; il cervello si era dimenticato delle necessità biologiche del corpo perché vivevano attraverso il web.

Si parla di una vera e propria distopia in cui vi è un riscontro fortissimo tra mondo digitale e non.

Guardando il film, notiamo come questa tecnologia deformi ogni sentimento, soprattutto quelli più intimi e profondi; persino il sesso diventa una copia funzionale del sesso.

Incredibile come la vita, cercando di mantenere la sua autenticità, diventi uno stanco surrogato della vita stessa a causa di una tecnologia che cerca di semplificare l’esistenza su questo mondo facendoci, però, dimenticare tutto ciò a cui stiamo rinunciando.

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