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Her

Samantha è un Os, un sistema operativo ultra avanzato e intuitivo in grado di interagire con gli esseri umani come fosse lei stessa un essere umano. Samantha può contare tutti gli alberi su una vallata, leggere un intero libro in due decimi di secondo, ordinare mail, correggere lettere, ma può anche sussurrare parole dolci, ascoltare, provare imbarazzo, arrabbiarsi, persino innamorarsi. Samantha è una voce che stravolge totalmente l’esistenza di un uomo dolce e malinconico Theodore, scrittore di lettere su commissione, con alle spalle un matrimonio fallito e troppi ricordi.

Siamo in un futuro molto prossimo, nessuna macchina volante, nessuna orribile tuta di latex; ci sono ancora i tramonti, il mare, i ristoranti cinesi, la metropolitana. Neanche gli uomini e le donne sono così dissimili da quelli di oggi. Ciascuno di loro, infatti, cammina ignorando l’altro, lo sguardo fisso sullo schermo di un piccolissimo smartphone, assorto ad ascoltare o a rispondere ad una voce meccanica cui è possibile chiedere ogni genere di informazione. In questa città super tecnologica ciascuno è chiuso in quella che Patriche Flichy aveva definito già nel 1991 la bolla comunicazionale ovvero la riproduzione nello spazio pubblico della propria sfera privata grazie ai nuovi strumenti tecnologici.

In una realtà che è solo apparentemente alienante e alienata, Theodore e Samantha iniziano una relazione, uno scambio ipertrofico e appassionante di pensieri, paure, dubbi, dolore, esperienze. Alla fine cambiano entrambi, in un percorso di sfide interiori e consapevolezza che, in fondo, è quello che succede quando l’amore ci travolge, qualsiasi tipo di amore anche quello tra un uomo e una macchina.

Raccontare Her non semplice, non lo è mai quando si tratta di un film di Spike Jonze (regista dei bellissimi Essere John Malkovich e Il Ladro di Orchidee) e dopotutto spiegare la complessità dell’animo umano non è impresa da tutti. Lui, come sempre, ci riesce con grande maestria, aiutato anche dalla fotografia meravigliosa di Hoyte Van Hoytema – i chiaroscuri, l’alternarsi di colori freddi e caldi in risposta ai diversi stati d’animo dei protagonisti sono un’estasi per gli occhi – e dalla musica degli Arcade Fire e Owen Pallett – talmente intensa da commuovere. È una pellicola straordinaria, poetica, divertente; un trionfo estesico ed estetico prima ancora che contenutistico.

Sullo schermo Joaquin Phoenix è Theodore in un’interpretazione superba. Quasi sempre da solo sulla scena, riempie ogni spazio vuoto mentre la cinepresa non gli concede tregua insinuandosi attraverso primissimi piani dentro la sua intimità. Quella che vediamo è, come ha detto lo stesso Jonze, “un’anima profonda e una grande sincerità”, un universo emotivo con cui è impossibile non empatizzare. Accanto a lui, anche se non fisicamente, la voce morbida e calda di Scarlett Johansson, l’Os Samantha, che sul finale ci regala anche una canzone, e per la quale la critica ha già proposto una candidatura agli Academy Award. Non c’è certo, ma si sente e come.

Her – tra i film in concorso – ha aperto la terza giornata del festival, una domenica ricca di incontri ed eventi, tra cui naturalmente quello con il cast del film.

SPIKE JONZE E JOAQUIN PHOENIX, ATTENTI A QUEI DUE!

Quelli che si aspettavano una tranquilla e ordinaria conferenza stampa, saranno rimasti delusi. La conferenza stampa di Her, infatti, si è trasformata in uno show alla David Letterman con tanto di turpiloquio.

Ad incontrare la stampa e il pubblico l’attrice Rooney Mara (già vista in Millenium: Uomini che odiano le donne) che nella pellicola interpreta l’ex moglie di Theodore, il regista Spike Jonze e naturalmente Joaquin Phoenix, al quale sembra davvero impossibile fare domande. Quando una giornalista in platea gli chiede di pensare ad un aggettivo per descrivere il suo personaggio, scoppia in una fragorosa risata: “Fuck! Che significa aggettivo? Non capisco cosa mi ha chiesto. Non saprei rispondere alla sua domanda” o ancora quando qualcun altro gli domanda come ha fatto a prepararsi per vestire i panni del suo personaggio alzando gli occhi “ma non lo so, non ho mica delle ricette per recitare …ma voi non sentite caldo? Spike non senti caldo?” Prova anche a spiegarcelo il suo Theodore “Bè, che posso dire, prima era una persona piena di vita, sociale, amava comunicare con gli altri, poi con il divorzio tutto cambia”, ma si interrompe subito, ride.

Che sia imprevedibile è cosa nota, nessuno si sorprende, infatti, quando nel bel mezzo della conferenza si accende una sigaretta e comincia a scherzare con Jonze e Mara che pure un minimo di contegno formale riescono a mantenerlo. Non ama le conferenze stampa probabilmente e sembra avere l’aria di uno che si trova lì per puro caso, tuttavia per il suo pubblico dimostra un grande attenzione e molto affetto. Resta a lungo a firmare autografi, chiedendo a tutti lo spelling del proprio nome per non sbagliare la dedica.

Spike Jonze prima di lasciarsi travolgere dalle battute di Joaquin risponde a qualche domanda e racconta l’idea del film: “Ho creato nel film un mondo accogliente, gradevole, dove tutto è facile, un mondo dove però, nonostante tutto, la gente è sola (…) ero interessato alle relazioni, alle aspettative che ci creiamo nella nostra testa, ai conflitti che inevitabilmente nascono, volevo raccontare l’amore senza giudicare, se avessi giudicato sarebbe stato difficile raccontare una storia simile (…) Credo che la tecnologia, qualsiasi forma di tecnologia – anche la penna per scrivere una lettera, se vogliamo, è uno strumento tecnologico – possa davvero aiutare le persone ad avvicinarsi.”

Spike Jonze torna lunedì pomeriggio per un incontro con il pubblico, questa volta senza la furia di Joaquin. Siamo certi si darà un tono.

 

Chiara Ribaldo | Bake Agency

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