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Philip, just a man

philip seymour hoffman

La luce è fredda, si allungano le ombre sui viali, sulle case bianche dai tetti grigi, le finestre sono accese sulla banalità del quotidiano, forse la tv, la lampada in cucina, forse il computer, solo i fari di una macchina ferma illuminano la strada deserta, il cofano e gli sportelli sono aperti e ci sono fiori ovunque sull’asfalto grigio. Un uomo è seduto in macchina, le braccia sulle ginocchia, la schiena curva, lo sguardo altrove in un altrove che non possiamo né vogliamo immaginare.

Gregory Crewdson fotografa Philip Seymour Hoffman per la sua “Dream House”. Prima dello scatto gli chiede di non fare nulla, solo di starsene lì in macchina con i suoi vestiti: “Non cambiarti, non fare nulla, ricordati di non agire!” ripete. “Sono un attore, ma non devo agire. Ho capito!” gli risponde. Ed eccola la casa dei sogni, l’inferno piccolo – borghese alla David Lynch, quello dei mostri con i guanti da forno e le parole crociate della domenica mattina, quello degli angoli bui in cui svanire, dei raptus omicidi, dei segreti inconfessabili, del giorno del Signore, buono per lavare i propri peccati, mai quegli degli altri, l’inferno degli scheletri e delle amanti nell’armadio, dove il successo si misura contando il numero di cadaveri che si lasciano dietro e i cassonetti sono stracolmi di integrità andata a male. È una discesa negli abissi, i suoi personalissimi abissi, i nostri.

Sì, aveva capito davvero.

Philip Seymour Hoffman se ne è andato un mese fa per una dose di eroina tagliata male, se ne è andato scalzo e in pantaloncini su un auto piena di fiori strappati chissà dove. Ci sono demoni insaziabili contro i quali non si può vincere, lui lo sapeva bene, perché quei demoni erano la stampella di ogni sua incredibile performance. In quello sguardo irrequieto e malinconico con cui vestiva i suoi personaggi era possibile scorgere la voragine.

Di anime imperfette è fatto tutto il suo cinema, estremamente fragili come l’infermiere Phil di Magnolia, frustrati e anaffettivi come Jon Savage in La Famiglia Savages o l’eroinomane matricida Andy di Onora il padre e la madre, ambiziosi come Truman Capote, arroganti e magnetici come ‘Il Conte’ di I love Radio Rock o il predicatore Lancaster Dodd di The Master. Sono esseri umani vulnerabili, patetici, instabili, meschini, ripugnanti, sospesi in un purgatorio etico ed esistenziale terribilmente familiare. Sono i cattivi senza aurea, i rigurgiti di una società pornografica e vittoriana insieme. L’egocentrico, il misantropo, il fallito, il cinico, il lacchè, lo snob, il corrotto, l’iracondo, il criminale, il tossico, il narcisista, il pervertito. A metterli in fila tutti restituiscono chiaramente la varietà dell’umana bruttezza, bellissimi, per questo, e indimenticabili.

È più del Metodo, più dello scardinamento della propria intimità per animare il personaggio, per renderlo credibile, è un’inclinazione alla verità, quella più fastidiosa da raccontare e quella più difficile da riconoscere. La rara capacità di dire la verità facendo un lavoro in cui si deve fingere per contratto, è forse la sua dote più straordinaria. Stava lì, Mr. Hoffman, ad illuminare con la sua opacità, con la sua fisicità morbida spesso ostentata quei caratteri così bisognosi di redenzione e, con essi, una storia intera. Pochi minuti perché quei mostri fossero liberi, affrancati dal disprezzo, poche battute, anche una sola inquadratura, perché quei mostri fossero noi.

He may have specialized in unhappiness, but you were always glad to see him”, scriveva qualche settimana fa il New York Times. Era arte, ecco perché era bello farne parte. Una magia, forse, ma mai un trucco.

La strada è vuota, la luce spenta, quell’uomo in macchina non c’è più, chissà perché era lì, fermo, il cofano pieno di fiori, chissà perché era scalzo, cosa o chi aspettava, chissà dove è andato. Ci sono petali, steli, foglie, terra, dappertutto. Sono ancora lì quei maledetti fiori, ma quell’uomo è sparito. Non tornerà, dicono. È l’alba.

Ciao, Philip!

Chiara Ribaldo / Bake Agency

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