Riflessioni a partire dall’ultimo saggio di Franco “Bifo” Berardi
Viviamo in un tempo in cui la tecnologia non è più soltanto uno strumento, ma un ambiente. Un ecosistema in cui ci muoviamo senza pensarci troppo, e che modella — spesso silenziosamente — i nostri comportamenti, le nostre relazioni, il nostro immaginario. A raccontare questa trasformazione è Il terzo inconscio, l’ultimo saggio di Franco “Bifo” Berardi, uno dei pensatori italiani più lucidi e radicali nel leggere l’impatto del digitale sulla vita psichica e sociale.
Bifo ci offre una chiave interpretativa preziosa per capire cosa sta accadendo: la nascita di un nuovo livello della mente collettiva, un inconscio algoritmico che non parla attraverso simboli o sogni, ma tramite dati, correlazioni, automatismi. Un inconscio nato non più dalla famiglia o dai media di massa, ma dalla rete e dalla sua logica statistica.
I tre inconsci: una mappa dell’evoluzione psicologica
Berardi individua tre forme di inconscio che hanno scandito la modernità:
- Il primo inconscio: quello di Freud, fatto di desiderio, traumi, pulsioni, relazioni familiari.
- Il secondo inconscio: nato con la televisione e i mass media, capace di orientare gusti, aspirazioni, consumi e modelli culturali.
- Il terzo inconscio: quello digitale, generato dal rapporto costante tra esseri umani e dispositivi connessi. Una dimensione in cui algoritmi e piattaforme non si limitano a misurare i nostri comportamenti: li anticipano, li influenzano, li guidano.
È un mutamento radicale perché non agisce più sulla simbolizzazione, ma sulla statistica. Non modella ciò che sogniamo, ma ciò che clicchiamo.
Il sovraccarico digitale: quando la mente si frantuma
Nel “terzo inconscio” convivono sovraccarico cognitivo, iperstimolazione emotiva e un senso crescente di discontinuità del sé.
La nostra mente, bombardata da input continui, vive in uno stato di tensione permanente: notifiche, feed infiniti, multitasking forzato.
È un ambiente che amplifica ansia, irritabilità, senso di inadeguatezza.
Bifo sottolinea come questa dinamica sia particolarmente evidente nelle nuove generazioni, cresciute in un mondo in cui l’identità si costruisce e si consuma attraverso lo sguardo altrui, filtrato da schermi e algoritmi.
L’inconscio degli algoritmi
La riflessione diventa particolarmente interessante quando Bifo analizza come la tecnologia non sia più neutra.
Gli algoritmi:
- apprendono i nostri comportamenti
- li anticipano
- li orientano
- li rendono prevedibili e quindi commercializzabili
È qui che il “terzo inconscio” diventa una posta politica, oltre che psicologica. La nostra soggettività si intreccia con logiche di ottimizzazione, controllo e profitto, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Crisi globali e immaginazione impoverita
Bifo lega questa trasformazione a un contesto storico segnato da:
- crisi ambientale
- pandemia
- instabilità geopolitica
- precarietà sistemica
- isolamento crescente
Il risultato? Una collettiva paralisi dell’immaginazione, la difficoltà a pensare il futuro fuori dalle logiche dell’emergenza o della sopravvivenza.
Il terzo inconscio, bombardato da troppe informazioni e poche relazioni autentiche, fatica a produrre visioni, desideri, progettualità.
Una possibile via d’uscita: rallentare per immaginare
Il messaggio non è però solo cupo.
Bifo propone una direzione: ritrovare lentezza, contatto, empatia, cooperazione. Restituire spazio al corpo e alle relazioni, sottraendosi — quando possibile — alla logica della performance e dell’efficienza a tutti i costi.
Non si tratta di rinnegare la tecnologia, ma di riconfigurarne il ruolo, integrandola in maniera più umana, più sostenibile, più consapevole.
Il terzo inconscio non è soltanto un saggio filosofico: il terzo inconscio è una lente per interpretare molte fragilità, tensioni ed entusiasmi del nostro presente.
Ci ricorda che:
- il digitale non è esterno alla nostra psiche
- gli algoritmi non sono solo strumenti
- il modo in cui viviamo online sta cambiando il modo in cui viviamo dentro di noi
E ci invita a intraprendere un percorso collettivo di ripensamento, per immaginare un futuro che non sia dettato dall’automatismo, ma dalla sensibilità.







