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La metaletteratura: quando si infrange l’illusione

metaletteratura

Quando leggiamo un libro, vediamo un film o uno spettacolo teatrale, è come se avessimo firmato un tacito accordo con lo scrittore o il regista: accettiamo di fingere che, per tutta la durata della lettura, della visione del film o dello spettacolo, tutto ciò che leggiamo o vediamo sia reale.

Eppure, a volte accade che lo scrittore ammicchi al lettore, o che nel bel mezzo del film una voce fuori campo si rivolga allo spettatore. Ciò rompe l’illusione, il patto non scritto che era stato stretto all’inizio. Il fruitore si trova a ragionare sul fatto di star assistendo ad una finzione. Viene riportato alla realtà, fuori da quel mondo in cui si era volontariamente immerso aprendo un bel romanzo o iniziando la visione di un film.

Libri, film e spettacoli che ragionano su se stessi e sulla loro natura fittizia mettono il pubblico di fronte alla triste realtà. Ciò che sta così piacevolmente gustando non ha nulla a che fare con la vita vera. Questi lavori rientrano nei campi di metaletteratura, metacinema e metateatro.

La prassi non è nuova e infatti dall’antichità giungono numerosi esempi metaletterari. Nel Novecento, soprattutto con le opere letterarie e teatrali di Luigi Pirandello, si sono visti degli sviluppi nuovi. In particolare, il suo dramma Sei personaggi in cerca d’autore (1921) ha inaugurato la stagione del metateatro.

Metaletteratura: un esempio italiano, Italo Calvino

La tecnica della metaletteratura mi ha sempre affascinata. Ogni volta che mi imbatto in un testo del genere resto a bocca aperta, mi sento da una parte presa in giro dall’autore/autrice e dal suo stile irriverente. Dall’altra però non posso che ammirarne la capacità, l’essere in grado di giocare così bene con le parole da riuscire a tessere i fili della storia e, allo stesso tempo, quelli dell’ammiccamento al lettore.

Un capolavoro italiano in tal senso è Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino (1979). Il romanzo prende le mosse direttamente con un’apostrofe al lettore:

«Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero […]. Dillo subito, agli altri: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» […]

Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato […]. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. […]

Bene, cosa aspetti?»

Non solo Calvino ci dice che staremo per iniziare proprio il suo nuovo romanzo, ma ci invita anche a metterci comodi, a trovare la posizione giusta, a chiedere di non essere disturbati, a fare di tutto affinché la lettura proceda per il meglio e sia un momento di totale relax e piacere.

Potrebbe essere già sufficiente così, con uno strambo invito iniziale per dare il via al romanzo, ma in realtà tutto il libro è costruito su questo gioco. Il protagonista non ha un nome, si chiama solo il Lettore, quello con la L maiuscola, il Lettore per antonomasia, che potrebbe essere chiunque stia leggendo il libro in quel momento. C’è un passo del romanzo in cui Calvino esplicitamente spiega che il fatto che il protagonista si chiami il Lettore è dovuto alla volontà di far immedesimare chiunque nelle sue peripezie, perché chiunque, quando apre un libro, diventa Lettore.

Il nostro Lettore protagonista vuole leggere una novità editoriale, e indovinate un po’ quale? Esattamente: Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Da qui iniziano le sue avventure, perché la lettura di questo libro gli sarà impossibilitata per vari motivi e noi, che con lui non riusciamo ad arrivare a questo agognato romanzo, lo accompagneremo. Ma non saremo solo noi con il Lettore, perché si unirà anche una Lettrice

E non è finita qui! I piani metaletterari su cui è fondato questo romanzo sono molti altri ed esso si può leggere sotto tanti aspetti e angolature. Calvino, con grande maestria, è in grado di mettere mano alla propria scrittura e modificarla totalmente per adeguarsi a quella di altre realtà letterarie di cui vuole raccontare. Inoltre, mescola diversi generi, si cimenta in stili e ambienti differenti con abilità e scioltezza.

Non manca poi un’ulteriore riflessione metaletteraria: qual è il valore che attribuiamo alla lettura? Ogni capitolo, ogni personaggio dà una risposta diversa e non c’è un giusto e uno sbagliato. Ci sono solo varie interpretazioni e vari significati che vengono attribuiti ad un atto così comune. Ecco la mia preferita:

Leggere vuol dire spogliarsi d’ogni intenzione e d’ogni partito preso, per essere pronta a cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci s’aspetta, una voce che viene da non si sa dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell’autore, al di là delle convenzioni della scrittura: dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto di sé e non ha ancora le parole per dire.

Italo Calvino

Un ultimo suggerimento, nel caso voleste imbarcarvi in questa lettura: una volta concluso il libro, leggete tutti insieme, uno dopo l’altro, i titoli dei capitoli e guardate cosa esce fuori!

Un esempio di metaletteratura americana: Paul Auster

Di recente ho letto Trilogia di New York (1985) dell’americano Paul Auster. Si tratta di una raccolta di racconti composta da tre storie che, sebbene all’apparenza siano slegate tra loro e unite solo dall’ambientazione newyorkese, in realtà rivelano molte più affinità ed elementi in comune di quanto non si immagini inizialmente. Ciò che di questo libro mi ha più colpita e lasciata a bocca aperta in numerose occasioni è però proprio l’elemento metanarrativo. A differenza di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, in cui il carattere metaletterario è esposto, messo in bella vista, esplicitato fin dalle prime righe e centrale nell’economia generale del romanzo, in Trilogia di New York invece il lettore non si aspetta di essere messo difronte alla finzione della narrazione. Di conseguenza, resta spiazzato e stupefatto.

L’elemento metaletterario per eccellenza si gioca, nel libro di Auster, tutto sul tema della scrittura. Tutti i racconti hanno infatti almeno due scrittori, cioè un personaggio che esercita questo mestiere o che scrive per diletto e lo scrittore vero, quello che scrive la storia che il lettore sta leggendo. Il secondo scrittore potrà mai restare relegato nel suo ruolo? Assolutamente no! E quindi ecco che di quando in quando decide di intervenire, di fare un commento, di riportare il lettore alla realtà proprio quando meno ce lo si aspetta. I tre racconti vengono quindi legati tramite questi espedienti. Alla fine del terzo, vengono addirittura esplicitamente citati i primi due e si invita il lettore a comprendere che non si tratta di storie isolate ma che fanno parte di un unico percorso evolutivo.

In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa.

Paul Auster

Non voglio svelare tutti i piccoli trucchi metaletterari presenti nel libro, ma non posso non citare il fatto che, ad un certo punto di uno dei tre racconti, Paul Auster inserisca se stesso nella storia, si renda personaggio e interagisca con le figure da lui stesso create.

Auster è un autore che gioca molto con i suoi lettori e utilizza tutti gli strumenti che la letteratura può fornirgli per prendersi gioco del suo pubblico. Sebbene i suoi testi non siano pura metaletteratura ed essa non sia il punto focale dei suoi lavori, non mancano mai espedienti furbi e geniali volti a rompere l’illusione.

The Truman show e il metacinema

Per concludere con il mondo cinematografico, credo che The Truman show (1998) offra un ottimo esempio. Il film mette in scena la produzione stessa di un film, in cui però non tutti gli attori sono consapevoli di star recitando. Lo spettatore è un passo avanti al protagonista, Truman Burbank, nello scoprire la finzione: inizialmente neppure chi guarda il film sa la verità, ma dal momento in cui ne viene a conoscenza parteggia per il povero ignaro Truman, affinché possa entrare nel mondo reale.

L’uscita di scena di Truman nel finale mi ha un po’ ricordato un passo del capitolo XII de Il fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello. Nel libro il protagonista sta guardando uno spettacolo di marionette e, nel corso di una conversazione, viene portato a riflettere su cosa succederebbe se “si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino”. Lo strappo nel cielo di carta del teatrino rappresenta la rottura dell’illusione scenica, la conclusione della finzione della narrazione, che si rivela ben fragile. Lo strappo non sarebbe motivo di straniamento solo per gli spettatori, ma anche per i personaggi sulla scena che, proprio come Truman, capirebbero di essere, per l’appunto, solo personaggi. Truman stappa quel cielo di carta e va verso il reale, che però per lui rappresenta anche e soprattutto l’ignoto.

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