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I romanzi di formazione più famosi. Giovani protagonisti, grandi sfide.

romanzi di formazione

Pinocchio, burattino nato dalla penna di Carlo Collodi nel 1883, fornisce lo spunto ideale per parlare del genere letterario dei romanzi di formazione o Bildungsroman. Le avventure del capriccioso e bugiardo bambino di legno, infatti, non sono volte unicamente ad intrattenere il pubblico con movimentate vicende. Hanno lo scopo principale di far pervenire Pinocchio ad una crescita e maturazione che non gli appartenevano prima di affrontare tutte queste sfide.

La storia e le caratteristiche del romanzo di formazione

La storia del romanzo di formazione ha inizio alla fine del Settecento a seguito dell’Illuminismo e dell’impulso che questa corrente ha dato alla crescita di rinnovati contesti urbani e al progresso tecnologico, industriale e scientifico. La figura centrale del Bildungsroman è il giovane che vive in questi nuovi contesti, che forniscono per lui un motivo di evoluzione e crescita personale. Il protagonista sperimenta il mondo in una costante tensione alla realizzazione personale. Affronta un percorso di maturazione, superando sfide, commettendo errori e fronteggiando i propri sentimenti per giungere a una accresciuta consapevolezza di sé e del mondo. Accanto al giovane in evoluzione, ci sono figure dal ruolo di colonne portanti: genitori, insegnanti, guide spirituali o semplicemente figure amiche, purché già adulti e maturi.

All’inizio del Novecento, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, si nota un nuovo interesse per i romanzi di formazione. La nuova epoca, con tutti i cambiamenti radicali che porta con sé, dà vita a grandi capolavori in questo genere letterario, con nuove caratteristiche. Infatti, il percorso di formazione diviene più complesso, perché si deve rapportare ad un mondo totalmente rinnovato. Ci troviamo di fronte a una società in cui si fa più fatica a definire se stessi e il proprio ruolo. In particolare, dopo gli studi di Freud viene fuori un rapporto con la propria interiorità difficile, che affronta tutti i demoni dell’inconscio. L’attenzione in questa nuova era è tutta alla creazione dell’identità dell’individuo e le sfide sono prettamente sfide di maturazione interiore.

I romanzi di formazione nell’Ottocento: Charles Dickens

Un grandissimo nome della prima fase dei romanzi di formazione è quello dello scrittore inglese Charles Dickens, autore di numerose e famosissime opere che rientrano in questo genere letterario. I nomi di molti dei suoi piccoli e giovani protagonisti sono entrati nella storia della letteratura mondiale e assolutamente non a torto.

Il nome dello sfortunato orfano Oliver Twist, uscito dalla sua penna, è noto a tutti. Il romanzo, per l’appunto Le avventure di Oliver Twist (1838), narra delle vicende di questo bambino che, nonostante sia maltrattato dagli adulti, continua a avere sempre un cuore buono. Questo lo aiuterà ad affrontare i maltrattamenti e, soprattutto, anche grazie ad una serie di eventi fortuiti, ad arrivare ad una migliore condizione di vita.

Personalmente, credo che i grandi capolavori di Dickens siano altri: David Copperfield (1849-1850) e, in particolare, Grandi speranze (1860-1861) mi hanno incantata. Entrambi i romanzi raccontano la storia e la vita di un ragazzino, David nel caso di David Copperfield e Pip nel caso di Grandi speranze, orfani di entrambi o di uno dei genitori. Questi protagonisti devono affrontare grandi sfide per giungere ad una maturazione e crescita interiore. Le sfide che devono affrontare sono anche di tipo materiale, comprensibile dato che le opere sono state scritte durante la rivoluzione industriale inglese. Proprio a questo si riferiscono, ad esempio, le “grandi speranze” del titolo del romanzo che ha come protagonista il giovane Pip. Egli non solo deve arrivare a comprendere se stesso e i propri sentimenti e a formarsi come persona, ma deve anche arricchirsi e formarsi materialmente, raggiungere una migliore condizione sociale che gli permetta di non vergognarsi più del proprio background.

La formazione raccontata da questi romanzi dell’Ottocento quindi ha un’accezione più ampia e, se vogliamo, anche più materialistica di quella odierna. Indica infatti anche il sogno di crescita sociale, di entrare a far parte di una classe più elevata e di riscattarsi dalla miseria in cui si è nati.

L’esempio del Martin Eden di Jack London

Ancora vicino all’ottica dei romanzi di formazione è quello che io definirei il capolavoro dello scrittore statunitense Jack London: Martin Eden (1909). Martin Eden, da cui prende nome il romanzo, è un ragazzo del popolo, un giovane marinaio che lotta disperatamente per un solo obiettivo: diventare uno scrittore. Il suo sogno ha una duplice valenza. Da una parte, come gli eroi di Dickens, Martin Eden vuole migliorare la sua condizione di vita, arricchirsi e uscire da una condizione di povertà. Dall’altra, la scrittura rappresenta un modo in cui raccontare il suo mondo interiore. La formazione di Martin Eden e il suo rimettere in prospettiva molte idee e preconcetti è palese pagina dopo pagina e il protagonista affronta un profondo cambiamento.

Come in Dickens, l’amore è un elemento cardine nel romanzo di London, ma ci sono delle differenze nel modo in cui viene considerato. Per Martin Eden le differenze sociali sono barriere invalicabili e l’amore non può essere sufficiente a superarle, come neppure lo sono tutti gli sforzi il protagonista fa per risollevare la sua condizione sociale.

Quell’irrequietezza era diventata acuta, dolorosa, giacché sapeva finalmente, chiaramente, che cosa gli occorresse: la bellezza, la cultura intellettuale e l’amore.

Jack London

Una crescita tutta spirituale: Siddharta

Diversa è invece la situazione presentata dai romanzi di formazione pienamente dentro il clima novecentesco, che hanno come unico focus la crescita interiore.

Le ansie di cui cade preda il giovane sono il fulcro di Siddharta (1922), romanzo di Herman Hesse. Siddharta è un giovane che lavora, prega e viaggia. Viaggia molto perché dopo qualche anno fermo in un luogo sente un senso di irrequietezza, incompletezza e insoddisfazione che lo porta ad andarsene. È proprio grazie a questo continuo abbandonare un posto dietro l’altro che alla fine cresce, matura e acquisisce consapevolezza. Il percorso di Siddharta è tutto interiore, volto alla conoscenza di sé e del mondo e al raggiungimento della saggezza. Si tratta di una strada fisica e concreta, perché per ottenere questa conoscenza il protagonista deve viaggiare, testare l’incontro con l’altro, con il diverso. Ma soprattutto deve mettersi alla prova in territori sconosciuti e allontanarsi dalla certezza e sicurezza rappresentata dai suoi cari.

«Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche l’amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati. Aveva cominciato a sospettare che il suo degnissimo padre e gli altri suoi maestri, cioè oi saggi Brahmini, gli avevano già impartito tutto il più e il meglio della loro saggezza, avevano già versato interamente i loro vasi pieni nel suo recipiente in attesa, ma questo recipiente non s’era riempito, lo spirito non era soddisfatto, l’anima non era tranquilla, non placato il cuore.»

Holden Caulfield: il giovane che tutti potremmo essere stati

A mio parere i due veri capolavori novecenteschi del romanzo di formazione sono nati negli anni Cinquanta, uno negli Stati Uniti e uno in Italia. Sto parlando de Il giovane Holden(1951) di J.D. Salinger e de L’isola di Arturo(1957) di Elsa Morante.

Il primo romanzo racconta le vicende del giovane Holden Caulfield, il classico sedicenne che sembra avere tutto dalla vita, eppure è irrequieto e insoddisfatto. Holden è un ribelle insofferente alle ipocrisie, gli piace la lettura e stare in compagnia di determinati amici e dei fratelli. Fuma molto e non ama studiare. La storia inizia proprio quando il ragazzo viene espulso dal college per gli scarsi risultati. Egli affronta questa situazione senza avvisare nessuno, neppure la famiglia, e trascorre alcuni giorni in totale autonomia.

Holden è l’adolescente che tutti siamo stati, arrabbiato col mondo, oppresso, contestatore. È un ragazzo comune che mette tutto in discussione e che vuole affrontare il mondo degli adulti a testa alta, pur non capendolo ancora completamente. Come tutti a quell’età, Holden Caufield non è instradato in una via precisa e sicura e guarda all’incertezza della vita che lo aspetta da un lato con timore e paura, dall’altra con curiosità per tutte le opportunità e i sogni che si potrebbero aprire davanti a lui.

Il giovane Holden è un romanzo vissuto, che rappresenta le difficoltà di un momento centrale della crescita e della formazione della persona. È un romanzo immortale in cui gli adolescenti di ogni epoca possono rispecchiarsi.

Per far capire che tipo è il nostro Holden, ecco l’incipit del romanzo:

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale.»

L’isola di Arturo: la decostruzione della figura genitoriale

Infine, tra i romanzi di formazione abbiamo L’isola di Arturo di Elsa Morante. Questo romanzo, pubblicato nel 1957, trasporta sulle spiagge e scogliere dell’isola di Procida, avvolta quasi da un’aura di magia: un mondo lontano, un po’ primitivo, ma soprattutto libero. È qui che vive Arturo Gerace, un ragazzo selvaggio la cui vita è assoluta libertà e per il quale Procida rappresenta l’universo intero. Leggere L’isola di Arturo significa accompagnare un giovane nel suo percorso di crescita fatto di amore, amicizia e gioie, ma anche delusioni e sofferenze. Gli anni in cui si varca quella linea sottile che separa l’età infantile da quella adulta non sono un periodo semplice per nessuno e non deve essere difficile immaginare come lo abbia potuto affrontare Arturo, che prima delle vicende raccontate nel suo romanzo era abituato a vivere senza alcuna regola o legge, poiché, orfano di madre, morta di parto, ha solo suo padre Wilhelm, che idolatra come il più grande eroe della storia e che tuttavia è una figura costantemente assente.

Tema caro a Elsa Morante, il rapporto con i genitori è centrale nel romanzo. La decostruzione delle figure genitoriali è fondamentale affinché Arturo possa avere una reale consapevolezza del mondo e di sé. Il giovane deve realmente capire che il padre è un uomo e non un eroe, con tutti i difetti e le mancanze che comporta. Quindi, se non smette di idealizzarlo, non è in grado di distaccarsi dal mondo fanciullesco ed illusorio che si è costruito intorno.

Il secondo elemento che permette ad Arturo di diventare adulto è l’amore, sentimento che ne porta con sé anche altri, quali invidia, gelosia, rabbia. Entrare in contatto con la femminilità, a lui sconosciuta, essendo stato sempre circondato da sole figure maschili, rappresenta una sorta di rito d’iniziazione per il giovane, che si trova ad affrontare un maremoto di emozioni nuove e sconosciute.

Protagonisti indiscussi de L’isola di Arturo ed emblemi della crescita sono la disillusione e il disincanto, che porteranno il protagonista ad un gesto radicale e inaspettato. Con un occhio ormai privo delle illusioni e fantasie dell’infanzia, Arturo guarda in faccia alla realtà e alla sua Procida, emblema di un passato felice e spensierato che però è destinato a restare confinato nella fanciullezza.


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