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Do you believe in miracles?

Il 22 febbraio 1980 a Lake Placid, nello Stato di New York, Stati Uniti e Unione Sovietica si
sfidano sul campo da hockey. La squadra americana è composta da un manipolo di dilettanti e studenti universitari di appena 21 anni, quella russa è leggenda ed è imbattuta dal 1954.

Nessuno degli ottomila fan presenti e dei milioni di telespettatori nel mondo crede che abbiano
una qualche chance di battere i campioni. Persino l’allora presidente Jimmy Carter vorrebbe
essere altrove, sventola la minaccia di un boicottaggio, chiama in causa l’invasione russa
dell’Afghanistan
. Alla fine, sceglie la protesta e non si presenta ai giochi olimpici.

Intanto, dalle pagine del New York Time, l’editorialista David Anderson scrive ironico:

A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, come fece quella del 1960, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei.

David Anderson – New York Times

L’unico che ci crede è Herb Brooks, l’allenatore del team statunitense. Ci crede a tal punto da
spingere la squadra al miracolo.

I sovietici vengono battuti e alla fine del girone questi studenti semi sconosciuti vincono la
medaglia d’oro.

“Do you believe in miracles? Yes!” urla il commentatore sportivo dell’ABC Al
Michael alla fine del match, consegnando quel momento e quella frase alla storia.

E voi ci credete ai miracoli?

Ted Lasso: una lezione di umanità

A crederci è di sicuro Ted Lasso, il coach di college football che nella serie tv viene catapultato nella Premier League inglese per allenare la squadra del Richmond. Un alieno, avrebbero cantato i Police, che odia il tè, non è in grado di spiegare la regola del fuori gioco, ma esattamente come per la pornografia, sa riconoscerlo quando lo vede e che fatica a considerare il pareggio un risultato soddisfacente.


Dal Kansas a Londra per volere dell’algida neo-presidentessa del club Rebecca Welton, il cui
intento, nascosto e poi rivelato, è far fallire la società, così cara al suo ex-marito fedifrago.


Naturalmente, le cose andranno diversamente.

Nel 2013, per promuovere la copertura della Premiere League da parte di NBC sport a un
pubblico per lo più indifferente al “soccer”, l’attore Jason Sudeikis crea lo straordinario personaggio del coach Lasso, un americano in Gran Bretagna dai grossi baffi alla Magnum P.I. pieno di ottimismo, umanità e intraprendenza. Pillole di pura comicità alla SNL che dopo sette
anni diventano “Ted Lasso” la serie pluripremiata dell’Apple Tv+, a firma Bill Lawrence, il genio
dietro Scrubs, Joe Kelly, Jason Sudeikis e Brendan Hunt.

Una dramedy a tema calcio in cui il calcio non è che un pretesto per raccontare altro.

Aldo Grasso l’ha definita

Un fulminante viaggio nella speranza, nell’ottimismo come motore della vita,
oltre che uno spassoso spaccato delle incomprensioni linguistiche e culturali tra americani e
britannici.

Aldo Grasso

È il racconto non solo delle umane disgrazie, sconfitta, paura, risentimento, solitudine, morte, ma anche e soprattutto dell’amore in tutte le sue possibili, quanto spesso bizzarre, declinazioni.

Nella messa in scena di tic e stereotipi – la gloria a fine carriera Roy Kent, interpretato da Brett Goldstein fresco di Emmy, il bomber pieno di spocchia Jamie Tartt (Phil Dunster), la wag bellissima (Juno Temple), il magazziniere bullizzato (Nick Mohammed) e l’aiuto coach/migliore amico di Ted, il misterioso Beard (un Brendan Hunt formidabile) – si scava oltre la superficie, obbligando lo spettatore a un’immersione inaspettata nei sentimenti, a un’apnea in cui la verità svelata pur essendo dolorosa, è anche e soprattutto affrancatrice.

Ci libera, ci consola e ci rende tutti uguali.

Do you believe in miracles
Hannah Waddingham and Jason Sudeikis

L’uomo che crede ai miracoli

E poi c’è Ted, l’uomo che crede ai miracoli, proprio come aveva fatto Herb Brooks, perché più di
ogni altra cosa crede nelle persone
, anche quando queste lo deludono o lo feriscono. Ci spiega
che il bullismo si combatte praticando la curiosità verso il prossimo, che è giusto arrabbiarsi, ma
poi bisogna dimenticarsene, come fa il pesce rosso che per questo è “il pesce più felice al
mondo”
, che se si ama qualcuno si deve lasciarlo andare quando è il momento.

Le cose che vogliamo ardentemente arrivano, spesso in modi inaspettati, ma arrivano se si ha la
pazienza e la forza di aspettare.

Sorride sempre Ted, regala biscotti al burro fatti in casa e citazioni pop. Offre consigli, dà
pacche sulle spalle, concede seconde, terze, quarte possibilità, spingendo la nostra pazienza al
limite e quando sembra toccare vette di stucchevole bontà, come quando cita il suo personale
Manifesto sulle Rom-com – l’idea che se i protagonisti delle commedie romantiche alla Notthing
Hill
pur con le loro fragilità riescono alla fine a raggiungere quello che desiderano, allora anche il
Richmond può riuscire nell’impossibile – poi ci riporta a terra con il suo pragmatismo tipicamente
americano e le sue crisi di panico
.

Questa serie, dalla scrittura brillante, è uno schiaffo in pieno volto, necessario a svegliarci dal
torpore in cui siamo finiti da decenni, da quel cinismo e grettezza che vede nei buoni dei
buonisti
, parola orrenda del tempo presente che trasforma la bontà in difetto, nell’altruismo del
semplice opportunismo, nell’altro un nemico.

“Restiamo umani”, ci esortava Vittorio Arrigoni, ricordandoci chi siamo nonostante le bombe, anche Ted Lasso ci ricorda costantemente, tra una bevuta al pub e un allenamento cosa voglia dire restare umani, quale e quanto impegno richieda affidarsi all’altro e fidarsi a rischio di perdere un pezzetto di sé.

ted lasso serie tv

“Believe” scrive Ted sulla porta del suo ufficio il primo giorno al Richmond, un monito per i
giocatori e per noi.

Dovremmo tutti essere Ted, o almeno provare a esserlo, soprattutto oggi.

Do you believe in miracles?

Chiara Ribaldo

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