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The Bear.

Di panico, amore e altri traumi.

Quando Anthony Bourdain e Marco Pierre White, due leggende della ristorazione, scrissero nei primi anni del nuovo millennio le loro confessioni culinarie, molto prima che i cooking show mostrassero ai comuni mortali la temperatura esatta con cui cuocere un filetto alla Wellington e con cui stroncare i sogni di gloria di aspiranti chef, il mondo restò sconvolto dal racconto senza filtri dell’osceno, nella sua etimologia teatrale di fuori scena, del dietro le quinte dei ristoranti in cui i due si erano trovati a lavorare e che fino ad allora erano stati accessibili ai soli addetti ai lavori. Piatti frantumati sul pavimento, lancio di coltelli, cibo scaraventato nella spazzatura, mobbing, molestie, manie di protagonismo, ansia, stress, attacchi di panico, soldi e ovviamente sesso, droga e rock ‘n roll.

Se non sembri matto, scriveva White, significa che non stai davvero lavorando.

E nonostante quella che Bourdain e White descrivono con tanta non richiesta onestà appaia più come una famiglia disfunzionale, in cui la gente si urla contro amenità di ogni sorta per più di 12 ore al giorno, tra un “ Sì, chef ” e uno “ Stai zitto ”, che come un normale team di lavoro, alla fine restiamo come ipnotizzati dalla bellezza che quell’apparente caos è in grado di generare, non solo nella sua materializzazione edibile, ma nella disciplina e nel rigore, nella cura microscopica del dettaglio, nella ricerca famelica ma sempre irrisolta della perfezione, nella costruzione di uno scopo che sappia resistere alle intemperie della vita, nel suo assolutismo, avrebbe detto Bourdain, nella dipendenza dall’altro, mi ha confidato un’amica pasticciera, cui affidi il tuo lavoro, le chiavi di casa, i tuoi segreti.

Di cosa parla The Bear?

In The Bear, la serie scritta da Christopher Storer per FX, c’è tutto questo. Ci sono ustioni sui polsi, tagli sulle mani, il ritmo serrato di una brigata che va alla battaglia un ordine alla volta, gridando “Hands!”, “Camerieri!”, come se da questo dipendesse il loro respiro. C’è la meccanica e invariata ripetizione delle stesse minuziose azioni ancora e ancora e ancora. C’è il cibo come ossessione e unico senso possibile. C’è tutto questo nella vita di Carmen “Carmy”; Berzatto, interpretato da Jeremy Allen White (Shameless), chef di talento finito a gestire la bettola del fratello morto suicida in una Chicago rabbiosa e disillusa. C’è l’orso, incubo ricorrente, animale totem, feroce con il suo cuore e la sua anima.

C’è il tempo, che non basta per dormire, mangiare, pensare, parlare – la chiamano time poverty, ma non è altro che la rincorsa affannosa, orribile e disumana a gestire tutto, lavoro, affetti, casa, bollette senza riuscire a fermarsi, a prendere fiato, come i criceti di una ruota impazzita. E c’è il peso di una coscienza in frantumi, di un’esistenza svuotata e riempita di pillole per l’insonnia, la gastrite, gli attacchi di panico, la fottuta quotidianità. C’è il trauma e la volontà di risolverlo.

Let it rip! Metticela tutta!” questo diceva sempre Mikey al fratello. E queste parole, anche con l’orso fuori dalla gabbia in cui la routine si illude di rinchiuderlo, risuonano nella testa di Carmy, quando accetta di gestire il ristorante di famiglia – una cucina assai diversa da quelle in cui ha lavorato – e di guidare un gruppo di problematici, dolenti, straordinari esseri umani. The Original Beef of Chicagoland, così si chiama, è un posto unfixable, senza speranza di essere rimesso in piedi, ci sono debiti per centinaia di migliaia di dollari, fornitori da pagare, attrezzature inadeguate, regole che non funzionano, ma che fanno sentire tutti al sicuro, una comfort zone di deliri, paure, pistole – perché, che ci volete fare, questa è Chicago! – ci sono boss della malavita e spacciatori sul retro e va bene così.

Il fallimento della parabola del figliol prodigo

In un articolo del New York Times, Carina Chocano descrive l’impresa di Carmy come il fallimento della parabola del figliol prodigo che torna a casa per ricucire il suo legame con la terra, con la famiglia, per riscoprire attraverso le fatiche del lavoro un senso, il senso. Carmy torna a casa, rinuncia al successo, a quella dimensione di quiete asettica guadagnata isolandosi dal resto del mondo, per ritrovarsi in burnout, a mettere insieme briciole di amore, una sorella a cui non riesce a chiedere nemmeno un semplice “come stai?”, l’elaborazione di un lutto, la perdita, le dipendenze.

È il fallimento di una narrativa, tanto cara a Hollywood, ed è il fallimento di un sistema economico in cui l’impegno, la gavetta, la corsa matta e disperata a raggiungere risultati invisibili, le rinunce, alla fine, nella maggior parte dei casi, non ripagheranno, anzi. La pandemia ha mostrato al mondo che il re è nudo, che esplorare il proprio talento, non accontentarsi, cercare il lavoro dei propri sogni, “Siate affamati, Siate folli”, diceva nel 2005 Steve Jobs ai neolaureati della Stanford University, è un privilegio per chi ha mezzi, tempo, soldi, il segno odioso di una disuguaglianza tra i figli di Dio sotto lo stesso cielo, ma con un ombrello più grande.

Se devi sopravvivere non puoi vivere. Ed è questa la sensazione che abbiamo guardando la serie, con la camera a spalla che si muove freneticamente tra i fornelli, dietro il bancone, facendo su e giù, mentre la brigata afferra pentole, mestoli, coltelli, enormi barattoli di giardiniera, urlando “Corner”, “Behind”, per evitare di andare a sbattere contro tegami di carne bollenti o teglie di pane appena sfornato.

Magari la vita ci regalasse una simile accortezza.

Il sapore amaro della sconfitta

Il racconto di quel microcosmo, tossico, violento, in cui tutti sembrano odiarsi per paura di crollare, di dirsi falliti in una società che non contempla il fallimento, in cui bisogna performare, sorridere, essere sani, vincenti, ottimisti, resilienti, anti-fragili, a prova di futuro, è il racconto di una cultura del lavoro che sta cambiando, di una società che sta implodendo sotto il peso di sogni e ideali andati a male, è la fotografia delle generazioni più giovani intrappolate in una zona grigia di precarietà e frustrazione, mentre l’eco di prosperità e ottimismo che li ha messi su un treno all’alba comincia a svanire giorno dopo giorno, lasciando il sapore amaro della sconfitta, quella che non si può dire, nemmeno pensare.

The Bear è una serie struggente, chiassosa, claustrofobica, divertente (sì, si ride anche) in cui si parla di cucina e di vita, semmai le due cose si possano separare. Parla di follia, perdono, accettazione, della perdita e della riscoperta di sé, parla di amore, tanto, nella Loop di Chicago, dell’orso che può divorarci sussurrandoci cose orribili, o con cui possiamo imparare a convivere, che possiamo tentare di ascoltare, quieto e feroce nella nostra testa, nel nostro stomaco, fino al prossimo ordine.

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