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FUMETTO.
Intervista a Paco Roca

Libri di Massimiliano De Ritis

5 maggio 2016

Ogni nuovo lavoro di Paco Roca è una scoperta, e La casa non fa eccezione. Il fumettista spagnolo, amato dai lettori italiani per storie intense come «Rughe» e «I solchi del destino», torna in libreria con un lavoro più autobiografico. «La casa» racconta la storia di tre fratelli che mettono in vendita una seconda casa dopo la morte del padre, negoziando con i loro stessi ricordi.
Suo padre, racconta Roca, faceva parte di quella prima generazione della classe media spagnola che emergeva da una condizione sfavorevole. C’era grande austerità nel tentativo di assicurarsi una casa, una macchina, una grande determinazione.
Anche la scelta del formato orizzontale per questo libro non è un caso. Un tributo al fumetto classico ma anche la citazione di un vero e proprio “album di famiglia”.
«La casa» è quindi una storia intima e universale allo stesso tempo, è un luogo fisico che all’inizio del libro appare in tutta la sua desolante decadenza, ma che diventa la metafora di un percorso a ritroso verso le proprie radici.

Abbiamo intervistato Paco Roca, in occasione della presentazione alla libreria Giufà a Roma.

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Cosa ti ha spinto a scegliere di raccontare una storia che non avesse un protagonista, un centro, ed esprimesse invece una coralità?

Da una parte volevo accettare una sfida creativa, che significasse per me fare le cose per la prima volta e dall’altro lato invece volevo creare una storia corale: da una parte i tre fratelli dall’altra il padre, ma anche la casa. Tutti insieme sono i protagonisti.
Soprattutto volevo creare l’immagine di una persona attraverso gli oggetti, attraverso lo sguardo degli altri, perché non è semplice capire chi siamo e come ci vedono all’esterno.

Nel libro mi ha colpito un passaggio, quello della pattumiera, nella quale gli oggetti parlano a loro modo. Qual è il ruolo degli oggetti in questo libro?

Il valore che noi diamo alle cose è un valore soggettivo, perché diventano il ricordo che noi leghiamo ad esse; per esempio un camioncino giocattolo può essere brutto per un bambino, mentre per il padre è il ricordo di un momento trascorso insieme.
Questa casa è piena di oggetti che hanno formato la memoria della famiglia, arriva il momento in cui bisogna scegliere cosa farne, se conservarli o buttarli e conservarli perché hanno un valore reale o per il ricordo di cui li abbiamo caricati. Quando si svuota una casa di famiglia è un momento molto difficile perché non butteresti mai nulla.

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Hai detto che questo libro non ha un centro, se non quello di raccontare come passa il tempo. Come hai trovato il modo di raccontare una cosa così difficile?

Sì, è stato molto difficile raccontare una cosa intangibile come il passare del tempo, mentre racconti hai la sensazione che quello che stai narrando ti sfugga; però io penso che il fumetto abbia questo potere, raccontare quello che non c’è attraverso le immagini.
In casa il padre non c’è più ma avvertiamo la sua presenza, come nella pianta le radici rompono il vaso per poter continuare a crescere. Questo dimostra che tutto va avanti, anche senza la presenza fisica delle persone.

Ho trovato nel tuo libro molte assonanze con il grande Jiro Taniguchi, soprattutto nel modo di raccontare i “silenzi”. Quanto ti ha ispirato il grande maestro giapponese?

Sì devo molto a Taniguchi e soprattutto al manga. Il romanzo grafico in generale deve molto al manga. Adesso si possono raccontare cose che prima non si riuscivano a narrare grazie al numero di pagine e alla lunghezza; adesso si può parlare della quotidianità perché il manga lo aveva già fatto prima.

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In questo libro hai trovato probabilmente un segno ancora più essenziale, mi sembra un’evoluzione ulteriore del tratto utilizzato nei libri precedenti. E’ così?

Da una parte è vero che si cerca di evolvere e semplificare il tratto, ma è anche vero che questo libro aveva bisogno di un certo tipo di serietà e di realismo. Quando l’ho scritta non volevo che si notassero trucchi o figure retoriche che sottolineassero gli elementi di finzione, non volevo approfittare di questi stratagemmi.
Ho voluto che anche il disegno avesse la stessa sincerità della forma della storia, quindi dietro c’è meno lavoro del solito, anche quando un tratto mi veniva male non lo cancellavo perché volevo che il disegno fosse sincero.

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Paco Roca (Valencia, 1969), è un fumettista spagnolo, in Spagna pubblica regolarmente per la rivista La Cúpula. Per  Tunué ha pubblicato: Il faro (2007), Rughe (2008), Le strade di sabbia (2009), L’inverno del disegnatore (2011), Memorie di un uomo in pigiama (2012), I solchi del destino (2013).
Nel 2008 in Spagna ha vinto il Premio Nazionale di Comic. Nel 2011 è uscito il film d’animazione Arrugas-Rughe, diretto da Ignacio Ferreras, basato sul graphic novel di Paco Roca e alla cui realizzazione ha contribuito lo stesso autore. La pellicola ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Goya. Il film è stato programmato negli Stati Uniti il 4 luglio 2014 presso l’IFC Center di New York con il titolo Wrinkles. Nel 2012 il Museu valencià de la Il•lustració i la Modernitat (MuVIM) della città di Valencia ha organizzato una mostra retrospettiva dedicata alla sua opera. Sempre a Valencia, dal 6 maggio al 4 luglio 2014 è stata organizzata la mostra “I solchi del destino”, dove sono stati esposti reperti e pezzi storici dell’epoca.

Massimiliano De Ritis

Classe 1976, abruzzese di nascita, romano d'adozione. Giornalista radiofonico, ha lavorato in diverse case editrici. Ha intervistato, tra gli altri, Jonathan Coe, Michel Houellebecq, Hanif Kureishi, Mordecai Richler, Amelie Nothomb e Banana Yoshimoto. Attualmente è project manager per Bake. Segue con particolare attenzione il mondo del design e dell'illustrazione. Sogna un periodo sabbatico nelle Langhe, intanto suona la chitarra in una band soul/R&B.
Massimiliano De Ritis