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BIENNALE D’ARTE di VENEZIA 2024: IL PADIGLIONE ITALIANO E L’ASCOLTO

Biennale di Venezia 2024, venerdì 18 aprile: è il pomeriggio dell’ultimo giorno di pre-opening. La mattina seguente la Giuria internazionale farà conoscere a chi assegnerà i Leoni (d’oro e d’argento) per i Padiglioni nazionali e per gli artisti partecipanti. Alla fine della cerimonia d’inaugurazione del padiglione italiano, presenti tra gli altri il Ministro Sangiuliano, il Presidente della Biennale Buttafuoco, l’artista Massimo Bartolini, il curatore Luca Cerizza, il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro sbotta dal palco: “A me questo Padiglione non piace!”.

Ora, che alla vigilia della scelta dei vincitori proprio il Sindaco della città ospitante siluri la partecipazione italiana è sicuramente politicamente scorretto, a qualcuno sembra una stroncatura liquidatoria, ad altri addirittura un sabotaggio. Buttafuoco fa del suo meglio per spostare l’uscita di Brugnaro tra le provocazioni funzionali, che -dice- sono il sale stesso dell’arte. Chiama in causa, nel suo ispirato intervento, anche San Francesco e Duchamp per concludere che l’arte può essere anche non “immediata e figurativa” come piace a Brugnaro e, in un progetto complesso, occorre saperla cogliere. Poi tocca a Sangiuliano che cita, molto scolasticamente in verità, I precedenti di artisti all’inizio rifiutati e successivamente a pieno titolo nella storia dell’arte, come gli impressionisti; e loda “l’arte, che costruisce ponti”. Pare convinto che l’incidente sia chiuso.

 Niente da fare, invece. I titoli su social e media tradizionali li faranno le parole di Brugnaro, subito del resto preso d’assalto dai cronisti presenti.

L’ho già detto: l’uscita del sindaco è stata sicuramente intempestiva ma, nel merito, e così isolata la percezione di Gigìo (come lo chiamano qui)?

UN LUNGO “OM”

Nello spazio grandissimo del padiglione Italia (circa 1500 mq coperti e i 900 del giardino) il visitatore è accolto da un suono che si ripercuote in tutti gli ambienti e raggiunge anche l’esterno, modificandosi progressivamente lungo il percorso.

Nel primo grande spazio, con pareti verde e viola, c’è solo una grande canna d’organo con una statuetta del Bodhisattva buddista: ne esce una sorta di lungo “Om” che si riverbera senza fine. È l’ambiente che mi piace di più: induce a connettersi con sé stessi e anche quei due colori che si fronteggiano spingono a concentrarsi sul riverbero delle emozioni. Nel secondo spazio, c’è un labirinto costruito con tubi da ponteggio: al centro, in una sorta di piazzetta, una vasca rotonda dove l’acqua è in perenne movimento. Due rulli musicali, come due grandi carillon, diffondono musica.

Si esce poi nel giardino, dove non ci sono manufatti: resta solo la musica, il suono che ora diventa in alcuni momenti urlo ancestrale; o almeno così lo percepisco.

«Ci saranno opere da vedere, da sentire, da percorrere» aveva preannunciato l’artista. L’ attraversare il padiglione senza fretta e lasciandosi andare alla suggestione degli spazi, dei suoni e dei silenzi dovrebbe indurci, nell’intenzione dell’autore e nelle spiegazioni del curatore, all’ascolto di noi stessi e dell’altro; presupposto indispensabile per accogliere il diverso da noi.

DUE QUI/TO HEAR

È questo il titolo dell’installazione di Massimo Bartolini, un gioco di parole per assonanza: “due qui” in inglese è” two here” che risuona in “to hear” che vuol dire appunto ascoltare

L’ascolto, dunque, sia quello di noi stessi sia quello empatico per comprendere le ragioni dell’altro e costruire una comunità. E in questo senso l’opera del tandem Bartolini-Cerizza risponderebbe in qualche modo anche al tema della Biennale di quest’anno “Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere”.

Il primo ambiente sembra minimalista ma è in realtà è denso di significati. La parete verde simboleggia il LA sul pentagramma: la confusione. La parete viola il LA bemolle, la riappacificazione” ripete Cerizza, che già aveva ricordato la complessità del progetto che “unisce tante voci: scrittori e musicisti. Un progetto che è una corale, progetto complesso impossibile da realizzare senza una squadra. Qui ci sono la tecnologia e l’artigianato italiano“.

TROPPO SPAZIO PER UN SOLO ARTISTA?

Il sindaco Brugnaro ha fatto anche esplicito riferimento a un diverbio con l’artista durante l’anteprima: “Avevo giocato innocentemente, come un bambino, con l’acqua della vasca schizzando i presenti”. Bartolini si sarebbe irritato perché il gesto del sindaco sminuiva la sua opera e la credibilità della stessa. Brugnaro, che lo ha definito “un artista troppo serioso”, ha spiegato la sua idea di arte: «Il labirinto, l’opera, è fatto con i tubi innocenti, quelli dei ponteggi. Io invece spero che torni un po’ di figurativo, qualcosa di cui resti traccia, non un’installazione che poi si smonta e basta. E mi piacerebbe che nel Padiglione Italia ci fosse più di un artista».

Non è questa la mia visione dell’arte. Ma quella del sindaco è un’opinione legittima e certamente non isolata.

E sull’inopportunità di affidare a un unico artista gli enormi spazi del padiglione Italia, concordo anch’io: perché caricare un unico rappresentante dell’arte italiana contemporanea di una così enorme responsabilità? È vero che lo hanno fatto anche altri Paesi, ma per padiglioni ben più piccoli di quello italiano. Era già successo nella Biennale precedente, con il tandem Tosatti (artista)- Viola (curatore): si ha l’impressione che l’ispirazione di un artista non riesca a reggere poi l’esigenza di andarla a tradurre, coerentemente e senza cali di tensione ispirativa e comunicativa, in un’istallazione diffusa su spazi così grandi. E alla fine questo rende meno convincente l’opera e il padiglione.

Nell’opera di Bartolini domina il suono, la musica in tre diverse esperienze acustiche: «Forse ci siamo abituati troppo a pensare la musica come una serie di dati comprimibili in riproduttori sempre più piccoli, ma la musica e il suono hanno da sempre una componente ritualistica dove l’elemento visivo e scultoreo sono fondamentali” aveva detto il curatore Cerizza presentando l’opera. Ho ritrovato e percepito in maniera armonica tutti questi elementi nel primo grande spazio. Confusi, invece, nel secondo: un labirinto troppo elementare, pur se affollato di tubi Innocenti, una vasca con acqua “palpitante” in un’improbabile piazza, musica piacevole ma che stavolta non mi aiuta a calarmi nell’atmosfera. Nel terzo spazio quello esterno, resta solo il suono, quasi un “grido” in alcuni momenti, che sembra accompagnarti o inseguirti nello spazio aperto anche oltre il Giardino delle Vergini.

Contrariamente alle previsioni di non pochi addetti ai lavori, il padiglione italiano che pure partiva da un’idea forte (“prestare ascolto” è la chiave per conoscersi e incontrare l’altro) non ha ricevuto premi o menzioni speciali.

Son stati premiati invece padiglioni nei quali un’idea forte sembra essere contenuta a stento in spazi meno dilatati come nel caso dell’Australia, Leone d’Oro, o in spazi ridottissimi come nel caso del Kosovo, Leone d’argento: pare che questo abbia giovato alla tensione comunicativa e alla percezione dei fruitori. E, prima ancora, della giuria.

Ma dei vincitori di questa sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia dal titolo Stranieri Ovunque/ Foreigners Everywhere, affidata al curatore brasiliano Antonio Pedrosa, parleremo in un’altra puntata.

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