Nella copertina: A sinistra: Raffaello Sanzio: Autoritratto 1506. Olio su pannello 47,3 x 34,8 cm || Galleria degli Uffizi di Firenze. Su concessione del Ministro della cultura – Galleria degli Uffizi. A destra: Salvador Dalí: Autoritratto con il collo di Raffaello / Autorretrato con quello raffaellesco c. 1921 Olio su tela. 40,5 x 53 cm; Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Roma, 2025.
La mostra romana a Palazzo Cipolla-Museo del Corso, la seconda nel 2025 dopo quella di inizio anno al Museo della Fanteria (“Salvator Dalí. Tra Arte e Mito”), propone una selezione di 60 opere tra dipinti e grafiche, accompagnate da foto, video anche d’epoca e pannelli esplicativi. Obiettivo principale della mostra è mettere a fuoco il profondo legame dell’artista con tre grandi maestri del passato e i rapporti, spesso tempestosi, con gli altri protagonisti del suo tempo. L’esposizione è visitabile fino al 1° febbraio 2026, salvo proroghe.
Una mostra controversa
Le opinioni dei visitatori di questa mostra sono molto polarizzate.
C’è chi apprezza ed esalta la presentazione delle opere basata su una ricerca rigorosa di fonti storiche, documenti, testimonianze, interviste, descrizione dei contesti. Cosa che consente di ricostruire l’intenzione dell’artista e la storia autentica delle opere. Insomma, come farebbe un filologo che volesse decifrare un testo con la massima fedeltà possibile.
E c’è chi la contesta: più grafiche che dipinti e comunque poche opere complessivamente, troppi pannelli “scolastici”, abuso della definizione di “mostra immersiva”. A fronte di un prezzo che i più giudicano elevato: 18 euro (intero) o 25 euro (open). Qualcuno arriva addirittura a commentare: “Un Dalí da perdere!”.
Alla base di prese di posizione così distanti, c’è un equivoco: non si tratta di una mostra antologica dell’artista che copra l’intero arco della sua produzione. Bensì di un’esposizione che indaga Dalí come un classico, un “restauratore dell’immaginario” capace di coniugare tradizione e rivoluzione, come dichiarato nel titolo. Insomma, l’artista fuori dal cliché del dandy, del rapporto prima sublime poi tormentato con la moglie e musa Gala, delle sue stravaganze quotidiane, degli orologi che si squagliano. Orologi che hanno poi alimentato una gadgettistica infinita fino alla paccottiglia più commerciale.
Dalì: Un istrione di genio
Che Dalí fosse anche un grande istrione con un ego incontenibile è il medesimo Salvador a riconoscerlo. In una video intervista degli anni ’60, presente in mostra, dichiara tra ironia e snobismo: “Mi sarebbe piaciuto vivere l’epoca di Raffaello ma, a causa del mio esibizionismo e della mia mania di grandezza, preferisco il presente. Considerato, infatti, che oggi viviamo l’epoca della mediocrità, il mio genio può brillare molto di più!”
L’esposizione Dalí. Rivoluzione e Tradizione non è, come ho detto in premessa, una retrospettiva ampia e completa, ma è un’indagine sul rapporto dell’artista con tre grandi del passato, suoi modelli e ispiratori senza fine: Velasquez, Vermeer e Raffaello. Un’indagine filologica che tiene il visitatore ben lontano dal mito, ampiamente amplificato e utilizzato dal merchandising, del dandy dai baffi arricciati a corna di toro e pittore degli orologi flaccidi. Il dandy surrealista che collezionava espulsioni: la prima dall’Accademia di Belle Arti di Madrid perché, alla vigilia degli esami, dichiarò che nessuno dei professori era in grado di giudicare le sue opere. Poi fu cacciato dalla casa del padre, notaio, che non ne condivideva né le scelte artistiche né lo stile di vita. Infine, fu espulso dal gruppo dei surrealisti per le sue posizioni politiche (“protofascista”) e per il suo “commercialismo”. Sintomatico che André Breton, anagrammando il suo nome, lo bollasse con un urticante “Avida Dollars!” per la sua palese brama di denaro. Ma non sembra che Salvador soffrisse più di tanto di questo ostracismo e se ne andava in giro per l’Europa e per gli USA dichiarando: “Il surrealismo sono io!”; coerentemente con il suo personaggio.

Il rigore dietro le apparenze
Questa mostra romana, sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí, e curata da Carme Ruiz González e Lucia Moni, non ignora tutto questo, ma se ne tiene lontana. Privilegia piuttosto il Dalí alchimista, scienziato, il disegnatore compulsivo che si nascondeva dietro il dandy autoreferenziale e studiava fino allo sfinimento il Seicento spagnolo di Velasquez, quello fiammingo di Vermeer e l’arte rinascimentale di Raffaello.
Il percorso è costruito per evidenziare come la rivoluzione e la tradizione siano nel suo pensiero “due parole che non si sopportano, come due vecchi amanti che continuano però a cercarsi“. Il vero punto di forza di questa mostra è nell’aver spostato l’attenzione dall’istrionismo di Dalí personaggio alla disciplina di Dalí artista. Infatti l’artista, che indubbiamente costruiva e alimentava costantemente il proprio mito, era però innanzitutto un ricercatore, un esploratore metodico dei suoi riferimenti artistici, un lavoratore instancabile. Le prime sezioni della mostra, dedicate all’apprendistato e al dialogo con le avanguardie (come l’incontro-scontro con Picasso nel 1926, due grandi del Novecento che si attrarranno e si respingeranno per tutta la vita), preparano il visitatore alla successiva metamorfosi.
Dalí, infatti, mentre molti artisti europei si orientavano verso l’informale, decide di tornare al “mestiere”. Fu accusato di conservatorismo; lui era convinto e voleva dimostrare che qualsiasi innovazione necessita della memoria e del possesso della tecnica. Negli anni Quaranta e Cinquanta si immerge, in maniera perfino ossessiva, nello studio meticoloso di Raffaello, Vermeer e Velázquez.
Si rapporta con questi grandi maestri “con la concentrazione di un monaco”, come è stato scritto, riscoprendo la prospettiva rinascimentale e reinterpretandola attraverso la fisica nucleare. La pittura per Dalí era una “scienza dell’occhio e dello spirito, una geometria della meraviglia“. La sua evoluzione in mistico e matematico lo porta all’elaborazione della “mistica nucleare”: la struttura atomica diventa la nuova icona del divino.
Con il Manifesto mistico del 1951, si autoproclama “salvatore della pittura moderna“, vuole elevare l’arte verso una dimensione spirituale. Il manifesto attacca l’arte astratta “decadente” e “burocratica”, sostenendo un nuovo “realismo mistico” capace di unire l’immaginazione surrealista al rigore della forma sostenuta dalla tecnica.
Il senso della mostra è proprio in questo confronto diretto tra l’opera di Dalí e i riferimenti classici: il cuore di tutta l’esposizione che offre anche delle sorprese. Ne cito solo un paio, per non togliere il gusto della scoperta. Accanto all’autoritratto più famoso di Raffaello giovane, prestato per l’occasione dagli Uffizi di Firenze, c’è un dipinto intitolato “Autoritratto con il collo di Raffaello”. Accostamento che illustra bene come Dalí dialogasse con i grandi maestri del passato: una testimonianza del suo percorso tra tradizione e innovazione.

Per quanto riguarda Vermeer poi, La merlettaia costituì per Dalí una lunga ossessione: indagò la luce, la postura, la disposizione degli oggetti, la precisione geometrica e si convinse che ci fosse una grande tensione sotto quella calma di superficie. Alla fine, rielaborò l’opera attraverso la sua lente paranoico-critica per svelare l’inquietudine angosciante. Riteneva infatti di aver “decifrato” Vermeer sezionando, frazionando e trasferendo la figura della merlettaia in spazi surreali, onirici per liberare la tensione che si nascondeva dietro l’apparente serenità. E, infatti, produsse nel 1955 un video come “La prodigiosa storia della merlettaia e il rinoceronte”, sicuramente carico di energia e pregno delle sue teorie ma che, da chi percepiva soprattutto il suo lato istrionico, venne accolto come la stravaganza strumentale di uno che vuole accrescere il suo mito e le sue quotazioni.
“Dalì messo in scena”
Non mostrato, non esposto, ma “messo in scena”. È una definizione, che trovo davvero appropriata, della guida di un gruppo che spiegava ai partecipanti come l’allestimento della mostra sia funzionalmente un po’ labirintico. Infatti, la sequenza delle sale a volte spiazza; volutamente. E allora bisogna tornare indietro, cercare e ritrovare il filo: una scelta dell’allestimento che può disorientare. Ma percorso e senso si recuperano subito, grazie ai numerosi pannelli esplicativi o all’audio guida (gratuita). Questo “disorientamento psichico controllato” è, in qualche misura, un riferimento al citato metodo paranoico-critico.

Con il sezionamento del percorso, le opere appaiono, scompaiono, ricompaiono: un gioco, un ritmo che vuole riproporre l’alternarsi nell’artista di allucinazione e realtà, emozione e riflessione, domande e risposte da mettere a fuoco. Le aree dedicate agli esperimenti stereoscopici, basati cioè su due pannelli uno per l’occhio destro e uno per il sinistro, sono tra quelle più apprezzate dal pubblico perché consentono un’interattività dinamica e coinvolgente. Come nell’Incendio del Borgo del 1979, un esperimento che cita e reinterpreta due celebri affreschi di Raffaello situati nelle Stanze Vaticane: La Scuola di Atene e L’Incendio di Borgo. Dalí fonde il classicismo rinascimentale con la sua visione surrealista, simbolica, abbacinante: esplora infatti la percezione visiva e la profondità attraverso un gioco vorticoso di luce. Anche in questo caso, opera al confine tra invenzione, scienza e simbolismo.
Tutta la mostra, nel suo rigore filologico e nel suo percorso deliberatamente spiazzante, è come un invito a guardare oltre le apparenze: “Io non dipingo quadri, io costruisco universi” precisava Salvador.
Ma per costruire la meraviglia per i contemporanei gli è stato necessario lo stesso rigore scientifico dello studio dei maestri del Rinascimento e del Barocco.
La mostra merita la visita?
Per me, sì. Ma, ripeto, dipende dalle aspettative.
Sapevo di andare a vedere una messa a fuoco dell’artista Dalí nel suo rapporto con tre grandi maestri del passato e, in questa ottica, la mostra dà sicuramente delle risposte esaurienti. C’è qualche difetto espositivo (luci non sempre appropriate alla migliore visione delle opere e alla lettura dei pannelli) e di gestione (costo eccessivo del biglietto), ma ci sono anche alcune opzioni confortevoli e gratuite non sempre presenti altrove. Come l’applicazione che ci racconta, passo dopo passo, le opere e i contesti, la possibilità di comode sedute lungo il percorso, il guardaroba/deposito anch’esso compreso nel biglietto.
Sono consapevole, peraltro, che molti non approfondiscono preventivamente lo scopo della mostra e hanno l’aspettativa di un’antologica esaustiva. In questo ultimo caso, sarà inevitabile la delusione.





