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Biennale di Venezia 2026: i Padiglioni Imperdibili

Benvenuti alla seconda parte del nostro speciale in 7 puntate dedicato alla Biennale d’Arte 2026. Il nostro viaggio nel cuore della 62ª Biennale di Venezia continua.

Dopo aver introdotto la visione profonda e intima della curatrice Koyo Kouoh, entriamo oggi nel vivo della mostra con una mappa ragionata e intima dei padiglioni imperdibili. Una selezione esclusiva per iniziare a respirare l’atmosfera di questa edizione.

Classifica dei Padiglioni Imperdibili della Biennale di Venezia 2026

Sì, la mia “Top Ten”! Preciso che dell’intera partecipazione ho visto l’80%; sei giorni non sono bastati a vedere tutto. Inevitabilmente, quindi, una classifica con beneficio d’inventario. Ai primi tre dedico nei paragrafi seguenti un approfondimento specifico. Per aiutarvi nell’orientamento, accanto a ogni padiglione ho indicato una “A” (sta per Arsenale) o una “G” (per Giardini]:

  • Cina (A)
  • Austria (G)
  • Italia (A)
  • India (A). Esplora il concetto di “casa” non come luogo fisico e immutabile, ma come universo personale e portatile, fatto di memoria, rito, materia e sentori. Universo che rielaboriamo continuamente attraverso le dimensioni della migrazione e del tempo. Sumakshi Singh, ad esempio, con Permanent Address ricostruisce con fili di ricamo bianchi la sua casa d’infanzia di Nuova Delhi, demolita per far posto agli scatoloni dell’urbanizzazione selvaggia: una visione leggera, onirica e nello stesso tempo con la forza della concretezza dei ricordi evocati. Trasforma l’assenza in presenza, meditando sul concetto di “casa” come condizione nomade, fragile e legata appunto alla memoria, ultima risorsa nella frenesia del caotico sviluppo della società indiana.
Biennale di Venezia 2026 | Permanent Address; Padiglione Indiano
Biennale di Venezia 2026 | Permanent Address; Padiglione Indiano
  • Giappone (G). Il Padiglione del Giappone ospita Grass Babies, Moon Babies, un’installazione trasformativa dell’artista queer Nippo-americano Ei Arakawa-Nash. Ispirandosi alla sua recente paternità di due gemelli, tramite maternità surrogata, l’artista affronta il tema della denatalità con la sua proposta-risposta della cura collettiva: invita i visitatori ad adottare temporaneamente una delle 208 bambole, piuttosto iperrealistiche, disponibili. L’esperienza inizia nel piano pilotis del padiglione dove, avvolti da suoni soffusi e bibero scenografici, cessa di colpo la frenesia della Biennale e si riceve in affidamento il proprio “neonato”. Se ci si lascia andare camminando lungo il percorso nel giardino, si rallenterà automaticamente il passo, per il sorprendente risveglio di un istinto di protezione in mezzo alla folla.
Biennale di Venezia 2026 | Grass Babies, Moon Babies; Padiglione Giapponese
Biennale di Venezia 2026 | Grass Babies, Moon Babies; Padiglione Giapponese

Il percorso richiede gesti di cura reali, come cambiare un pannolino, azione che svela un QR code con una poesia personalizzata. L’atmosfera mescola l’ironia iniziale della follia consumistica di massa per i vecchi Tamagotchi (alla fine degli anni 90; ricordate?) a una tenerezza non virtuale, trasformando lo spettatore per qualche tempo in un protettore. Il congedo finale, con la restituzione del bambolotto, lascia un senso di vaga malinconia. E spinge a una riflessione su come dobbiamo proteggere le future generazioni dal mondo spietato che gli stiamo lasciando in eredità.

  • Belgio(G). L’artista Miet Warlop con l’opera It Never Ssst trasforma lo spazio del padiglione in un’arena ipnotica e carica di adrenalina, simile a una discoteca dove non ci si ferma mai fino allo stordimento totale. Lì dentro troverete performer che ballano, creano sculture in tempo reale e cantano, trascinando grandi parole di gesso. Questi blocchi si spezzano continuamente sotto i loro piedi, proprio come fanno i nostri pensieri sotto pressione.
Biennale di Venezia 2026 | It Never Ssst; Padiglione Belga
Biennale di Venezia 2026 | It Never Ssst; Padiglione Belga

È il manifesto visivo del sovraccarico mentale e dell’ansia che proviamo quando tutto corre troppo veloce intorno a noi. Corpi e installazioni gridano la loro verità: siamo disorientati, ma fermarsi o crollare non è un’opzione. Mentre i bassi della musica elettronica dei DEEWEE pulsano dentro, quei pezzi frantumati ci appaiono come le nostre paure. Cercare un significato tra i frammenti scardinati è faticoso, difficile, ma è l’unico modo per ricostruire la nostra identità. L’artista non offre risposte, ma mette a disposizione un luogo protetto in cui trasformare il disorientamento e la disperazione in energia pura. Diventa un invito potente a ballare sopra le fragilità, a non fermarsi e a ritrovare una connessione con gli altri. Perché di una cosa potete essere certi: se entrate in questo padiglione durante le performance, ballerete. BALLERETE con gli altri!

  • Grecia (G). Gli adolescenti che visitano la Biennale sembrano essersi concentrati in massa in questo padiglione che unisce l’atmosfera di un club techno e fluido alla … filosofia platonica. Creato dall’artista e architetto Andreas Angelidakis, lo spazio si trasforma in una sorta di videogioco o di una Escape Room immersiva, tra specchi distorti, luci al neon rosse e colonne classiche, giganti, fatte interamente in gommapiuma. “È instagrammabile in una maniera pazzesca!” mi risponde una sedicenne di Roma quando le chiedo cosa le piace di questo padiglione. No, di Platone non sa quasi nulla “ma Plato è fico, Plato è wooow!” e mi chiede di ripetere, a beneficio di un reel su Tik Tok, che si tratta di un’interpretazione ludica del famosissimo mito della caverna di Platone: anche qui rischiamo infatti, tra specchi, riflessi, presenze virtuali, di scambiare ombre e apparizioni per esseri reali.

Quella caverna, oggi, è lo stesso schermo del nostro smartphone: i filtri, gli algoritmi e le fake news che distorcono e inquinano la nostra percezione della realtà sono come le ombre della caverna platonica. L’artista ci sfida a capire cosa sia autentico e cosa sia manipolato artificialmente, cosa sia reale e cosa virtuale. Angelidakis definisce i padiglioni storici dei Giardini, come quello greco, “Caverne Fasciste e Coloniali Congelate” . Manipola quindi le linee severe dell’architettura del 1934 trasformandole in un ambiente che ricorda un club notturno gay, caratterizzato da pavimenti luminosi a LED rossi, specchi dappertutto e tende nere.

L’opera diventa così anche un potente manifesto politico e sociale che ricorda storie di discriminazione e di violenza. Come quella vissuta dall’attivista e drag artist greco Zak Kostopoulos che fu percosso a morte ad Atene nel 2018.

Biennale di Venezia 2026 | Escape Room; Padiglione Greco
Biennale di Venezia 2026 | Escape Room; Padiglione Greco
  • Egitto(G) Si arriva a questo padiglione silenziosissimo. spesso direttamente da quello “urlato” dell’Austria; il contrasto non potrebbe essere più forte. Il Padiglione ospita la mostra di Armen Agop “Silence Pavilion: Between the Tangible and the Intangible”, pensata come una contrapposizione agli eccessi dei social network. Si entra con gli smartphone rigorosamente spenti: tre forme in granito nero e due dipinti guidano il pubblico in un percorso attraverso tre stanze, dove il silenzio si fonde con stimoli sensoriali invisibili. Nella prima stanza, frequenze sonore via via più percettibili amplificano la sensazione di intangibile, mentre nell’aria si avverte una fragranza leggera che evoca la freschezza dello spazio aperto.

Al centro, una scultura dalle forme estremamente essenziali, definita dall’artista come una “ambiguità precisa”, che sembra fluttuare nel vuoto acuito dalla penombra. Passando alla seconda stanza, il suono cambia bruscamente e si fa sordo, vibrante, materico: onde sonore che fanno risuonare la pietra, producendo una vibrazione che sembra il battito del nostro cuore partecipe. In questo spazio, l’odore è un aroma terroso d’argilla bagnata. Al centro, un grande blocco di granito, come una testimonianza geologica. Nella terza stanza, la luce è quella naturale e il suono mi sembra come un’eco di preghiera, suggestionato sia da un profumo d’incenso che mi ricorda riti religiosi dell’infanzia in Calabria sia da una forma scultura dalle linee mistiche. Un padiglione assolutamente coerente con le tonalità minori sollecitate da Koyo Kouoh e una sosta, dal respiro spirituale, nella frenesia della Biennale.

  • Uzbekistan(A). Il Padiglione dell’Uzbekistan, allestito da sette artisti tra locali e internazionali, intitolato The Aural Sea, esplora la tragedia del Mare d’Aral, che riecheggia purtroppo altri sconvolgimenti ecologici nel mondo: un grande lago diventato deserto anche a seguito di scellerate politiche agricole sovietiche. L’installazione unisce arte, suoni e leggende locali per passare dallo sgomento della perdita a una speranza per il futuro. Una sorta di elaborazione del lutto attraverso un viaggio emotivo nel padiglione.

Dalla presentazione: “Immagina un mare che c’era e ora non c’è più. Un tempo le onde accarezzavano la riva, ora c’è solo sabbia. L’installazione ti porta lì, dove la natura ha cambiato volto. Non ci sono solo dati tristi o noiose lezioni da imparare. Ascolterai il vento, i racconti e i sogni di chi vive in quei luoghi. Gli artisti hanno creato un mondo magico per farti sentire il vuoto e la rinascita. Ti guarderai intorno e sentirai il respiro di un ambiente che soffre ma resiste. Le opere ti sussurrano che anche un paesaggio perduto può riprendere vita. Come? Attraverso la tua fantasia e il potere dei miti che non muoiono mai” .

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