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Biennale di Venezia 2026: Il Padiglione Cinese

Biennale di Venezia 2026: il padiglione cinese

Biennale di Venezia 2026, 3ª parte

Ora che abbiamo una mappa ragionata e intima dei padiglioni imperdibili, prosegue il nostro viaggio di avvicinamento a Venezia.

La terza puntata dello speciale in 7 parti sulla Biennale d’Arte 2026.

Oggi il focus si stringe sull’Arsenale e su un’esperienza straordinaria vissuta dall’autore tra i capolavori del Padiglione Cina. Una lettura intima e preziosa per arricchire la vostra mappa concettuale prima del prossimo 20 luglio.

Il Padiglione Cinese: La Convivenza degli Opposti

Ho avuto una grande fortuna nel visitare questo padiglione: ho trovato nel giardino, mentre mi aggiravo nell’arca di cui parlerò dopo, uno smartphone sull’erba. L’ho consegnato al desk e cinque minuti dopo sono stato raggiunto dal legittimo proprietario cinese, di notevole età ma con una mobilità lombare invidiabile. Una serie di inchini fluidissimi, infatti, e un fiume di parole incomprensibili ma era evidente che mi stava ringraziando. Sopraggiungeva un giovane interprete, chiamato dal ginnico anziano, che si metteva a mia disposizione per una visita guidata del padiglione. Riconosco che senza Wang Long, questo il suo nome, non avrei potuto apprezzare compiutamente l’armonia di questo padiglione.

Nel cuore pulsante di Venezia, dove la storia respira tra i mattoni rossi e l’acqua dei canali, esiste un luogo dove il tempo sembra sospeso in un abbraccio tra natura e ingegno umano. Si tratta dell’Arsenale, dove si trovano affiancati il padiglione italiano e quello della Cina. Coerentemente il Padiglione Cinese si presenta come uno spazio liminale. Un ponte gettato tra tradizione e innovazione, dove l’arte, la scienza e la tecnologia non si limitano a convivere, ma dialogano con un’armonia che si percepisce ed emoziona. È qui che le distanze tra Oriente e Occidente sembrano potersi avvicinare, lasciando che siano i sussurri della natura e il desiderio primordiale di contaminazione a guidare il visitatore.

Il fulcro emotivo di questo percorso è l’installazione “Symbiosis”, o come suggerisce una traduzione più intima, “L’arca della convivenza”, opera dell’artista Xu Jiang: nel giardino proprio accanto a quello italiano, centinaia di sculture di fiori in bronzo si ergono come testimoni di un’unione possibile tra opposti. Le fusioni sono centinaia ma i fiori rappresentati solo due; il loto, figlio del fango e dell’acqua, simbolo di una delicatezza antica e dell’anima orientale; dall’altro il girasole, che sfida la siccità cercando instancabilmente il calore solare, incarnazione dell’energia occidentale. I loro steli non sono semplicemente vicini, ma si intrecciano in una danza silenziosa e struggente, dimostrando che la diversità non è un ostacolo, ma linfa vitale per crescere insieme.

L’opera, bellissima, si pone come organismo vivente che non resta estranea al contesto ma respira con la laguna. Le sculture, infatti, convivono fianco a fianco con la vegetazione naturale dei giardini, creando un contrasto poetico tra la fragilità, la mortalità dei fiori naturali, l’immortalità solenne del bronzo. In questa simbiosi, l’installazione muta pelle sotto l’azione degli elementi: brilla col sole, s’incupisce con la pioggia e vibra sotto la brezza veneziana: la straordinarietà di un’opera in bronzo eppure in perenne divenire.

Attorno a questa foresta, c’è un gioco di specchi riflettenti a strati che trascende la semplice visione ottica. Avvicinandoci, Wang ed io non siamo più solo spettatori, ma la nostra immagine è risucchiata in un vortice di riflessi che ci proietta tra loti e girasoli; diventiamo anche noi parte integrante di questo ecosistema armonioso. Gli specchi catturano la luce e la trasformano nel Fiume dei Sogni (Dream Stream), mi dice Wang: “un flusso onirico che collega l’esterno con l’oscurità meditativa dell’interno del padiglione”. L’italiano di Wang è ottimo; otto anni tra l’Università di Firenze e di Siena gli hanno condizionato un po’ la pronuncia della “c”, ma in compenso gli hanno quasi restituito la “r”!

Biennale di Venezia 2026:Padiglione Cinese;Flusso dei Sogni

Capisco bene cosa vuol dire entrando nel padiglione. Il flusso si fa immagine attraverso una camera oscura, riattivando un fenomeno ottico descritto e spiegato oltre un millennio fa dallo scienziato Shen Kuo. L’immagine della simbiosi tra girasole e loto viene proiettata come una suggestiva interfaccia di luce e ombra. Una meditazione sulla percezione e, nello stesso tempo, sulla coesistenza delle civiltà.

Il tema del “Flusso dei Sogni” trova poi continuità nella monumentale opera di Wang Dongling Free and Easy Wandering. Una composizione astratta di 6,5 metri per 16, realizzata tramite una “scrittura caotica” (luanshu). Questo stile intreccia i caratteri in tratti sempre più vorticosi, trasformando un testo del filosofo taoista Zhuangzi in un “vagabondare liberi e incontenibili”, in energia visiva.

L’installazione crea un dialogo tra tradizione e innovazione: un robot umanoide replica su una scrivania in tempo reale, a beneficio dei visitatori, la fluidità del tratto del maestro. Unisce così l’arte tradizionale della calligrafia e l’intelligenza artificiale: un ponte concettuale tra passato e futuro che inserisce l’estetica classica in una dimensione tecnologica.

Inutile dire che davanti la scrivania dell’umanoide c’è una fila interminabile di entusiasti che vogliono un foglio vergato da lui. La squisita gentilezza di Wang arriva fino al punto di offrirsi di fare la fila lui per me. Declino l’invito perché mi sembra davvero troppo; s’inchina mentre mi saluta e a me viene spontaneo imitarlo. E qui inizia una sorta di gag. Lui si inchina di nuovo sempre sorridente e ripetendo di come è stato onorato di potermi illustrare il padiglione del suo Paese. Ed io, ogni volta, “pareggio” il numero degli inchini ripetendo di quanto gli sono grato. Finché la mia schiena mi avverte, sinistramente, che non è sciolta e fluida come quella di questi orientali e finalmente capisco che Wang non mi lascerà mai l’ultimi inchino che, per etichetta, deve essere il suo.

È stata un’esperienza straordinaria immergersi nelle atmosfere della proposta cinese. Viene definita splendidamente da una collega spagnola, di cui ho perso il biglietto da visita, “una preghiera per il futuro dell’umanità. Nel mondo e nei giorni spietati che stiamo vivendo, Xu Jiang e gli altri artisti ci offrono una speranza. Ci ricordano che la bellezza risiede nella capacità di incontrarsi, di intrecciarci come quegli steli di bronzo che sfidano insieme il tempo superando le contrapposizioni.

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