Il Padiglione Austriaco
Ora che abbiamo esplorato l’armonia millenaria e tecnologica del Padiglione Cina, prosegue il nostro viaggio di avvicinamento a Venezia.
La quarta puntata dello speciale in 7 parti sulla Biennale d’Arte 2026.
Oggi il focus si sposta ai Giardini, dove il Padiglione dell’Austria rompe bruscamente il silenzio con una proposta provocatoria ed estrema. Una recensione intensa e necessaria per comprendere come l’arte possa scuotere le nostre coscienze, arricchendo la vostra mappa concettuale prima del prossimo 20 luglio.
Il Padiglione dell’Austria: La Donna Batacchio
Il padiglione austriaco (con il progetto Seaworld Venice di Florentina Holzinger, che io traduco liberamente in Parco Acquatico Venezia) frantuma la delicatezza del tema di quest’anno In Minor Keysattraverso performance estreme e scioccanti.
Tutto inizia fuori dal padiglione, dove una gru regge una grande campana. La campana è da sempre un simbolo storico usato per radunare le comunità o segnalare un pericolo imminente, come incendi o alluvioni. A ogni scoccare di ora, la stessa Florentina o un’altra performer, comunque nuda e solo con una placca di metallo sui fianchi, si arrampica a una corda fin dentro la campana e prende il posto del batacchio. E inizia a ondeggiare, a testa in giù, facendo suonare la campana: quei rintocchi generati da un corpo umano vogliono essere un allarme per l’innalzamento dei mari e la crisi climatica che minaccia tutto e tutti, ma per prime le città meravigliose e fragili come Venezia.
La fusione tra corpo umano e natura, cioè l’ecosistema corpo sostituisce al bronzo del batacchio la carne umana: l’artista elimina così la distanza tra noi e l’ambiente. Ci sta dicendo: non siamo spettatori esterni della natura. Il nostro corpo subisce, come la natura, l’impatto dei cambiamenti climatici in modo diretto e violento.
L’installazione più provocatoria si trova nel cortile del padiglione: ci sono due bagni chimici mobili, di un blu acceso, in cui i visitatori sono esplicitamente invitati a urinare. I fluidi corporei raccolti vengono convogliati in un sistema di filtraggio e depurazione meccanico ben visibile. Questo impianto trasforma gli scarti biologici del pubblico nell’acqua purificata che alimenta le altre performance all’interno. Collegata direttamente al sistema di depurazione dell’urina c’è, infatti, una grande vasca di vetro trasparente: al suo interno, immersa completamente nell’acqua riciclata, giace una performer distesa nella posa della Venere dormiente di Giorgione che riesce a respirare solo grazie a una maschera subacquea e a un boccaglio collegato a un tubo. L’immagine è claustrofobica e disturbante: il corpo sommerso diventa il simbolo estremo della sopravvivenza al cambiamento climatico, all’innalzamento dei mari, all’inquinamento biologico e chimico.
Dissento completamente da chi ha visto nelle performance della Holzinger e socie un tradimento della causa femminista, con corpi di donne offerti al voyeurismo e al ludibrio maschile. Il corpo delle donne qui non è oggetto, è tutt’altro!
Il nudo qui non è erotico, ma strumento di lavoro. La Holzinger ribalta la raffigurazione tradizionale del corpo della donna visto attraverso uno sguardo maschile, ovvero come oggetto, fragile e passivo, di desiderio. No, qui ci sono solo corpi in forma, macchine umane efficienti, anatomie non idealizzate: tutte donne, anche anziane con corpi non conformi agli standard erotici, che mostrano però una straordinaria forza fisica: si appendono a testa in giù, resistono in apnea, riparano tubazioni, guidano moto d’acqua … Non sono ninfe o Veneri che sorgono dall’acqua o mollemente dormienti. Le donne nell’acqua sputano, urinano, faticano e lottano per respirare, rivendicando il controllo totale del proprio corpo.
Qui non c’è nessun divismo, nessuna star, solo sorellanza e lavoro collettivo. Il padiglione funziona come una comune autogestita di donne (idrauliche, atlete, subacquee) che collaborano tra loro per far funzionare un intero ecosistema artificiale, escludendo qualsiasi dinamica di sottomissione, patriarcale e no. La Holzinger distrugge ogni visione romantica, stereotipata, astratta: la donna non è più una musa da guardare, come la Venere dormiente di Giorgione, ma una sopravvissuta attiva che usa la sua vulnerabilità e la sua forza fisica per scuotere le coscienze.
Mentre il tema curatoriale suggerisce intimità, riflessione e toni minori, l’artista austriaca propone un’opera immersiva e distopica che unisce parco acquatico, santuario (altra performance di cui non ho parlato per non spoilerare tutto) ed eco-depuratore. Tra performance estreme, nudi integrali e presidi sanitari, l’impatto visivo e concettuale è tutt’altro che sommesso. Eppure, c’è una coerenza di fondo: questo approccio sovversivo ed ecologista si collega alle tematiche di vulnerabilità del corpo e di adattamento al cambiamento climatico. Le modalità scelte, possono scioccarci; certo. Ma l’urgenza è reale!
È l’opera più discussa e polarizzante dell’Esposizione, con code lunghissime e cartelli che avvisano su possibili turbamenti emotivi, confermando che l’Austria ha scelto un megafono anziché un sussurro per esprimere la sua visione del futuro.





