Biennale di Venezia 2026, 6ª parte
Dopo aver assaporato le sfumature e il materialismo magico del Padiglione Italia, prosegue il nostro viaggio di avvicinamento a Venezia.
La sesta e penultima puntata dello speciale in 7 parti sulla Biennale d’Arte 2026.
Oggi il percorso si snoda tra i contrasti più netti di questa edizione, offrendoci una riflessione a due voci: la cocente delusione per un’icona del passato che cede alle logiche del mercato e la straordinaria conferma di una preghiera laica e senza tempo. Un penultimo capitolo denso di verità per rifinire la vostra mappa concettuale prima del prossimo 20 luglio.
Una Delusione e una Conferma
Sono stato un estimatore senza riserve della Abramovich.
Per anni, parlando di comunicazione non verbale, ho contaminato studentesse e studenti della Sapienza con il “Verbo Abramovic”!
Ma questa antologica “”Transforming Energy” è una cocente delusione!
Tra i capolavori delle Gallerie dell’Accademia, la memoria non trova conforto: la lacerante performance “Balkan Baroque”, che nella Biennale del 1997 le valse il Leone d’Oro, perché metteva sotto gli occhi anche di chi non voleva vedere gli orrori della guerra nei Balcani, è ridotta ora a un asettico mucchietto d’ossa, pronto per essere esposto in una teca di plexiglas in qualche vetrina del mercato dell’arte.
Il sacrificio e il dolore, un tempo schegge vive nel silenzio di chi chiudeva gli occhi, sono oggi prodotti patinati da dare in pasto ai devoti che frequentano i suoi corsi di autocoscienza. Le antiche performance ridotte a sagome e pratiche stereotipate di un passato che non andava tradito: sarebbe bastato fermarsi, affidarsi al temporaneo salutare silenzio, al progressivo riconoscimento della storia dell’arte. Scomparse le ferite autentiche, resta solo una stanca liturgia dove ogni scandalo è diventato una storiella replicabile. Cristalli e pietre scintillanti, come specchietti per allodole, fanno della Abramović un’icona ormai vuota che il sistema però ora vuole, esige perché l’ha inglobata, digerita e vuole venderne i cimeli in qualsiasi forma.
Non c’è più l’anima, né il rischio, né la dura verità, ma solo un’operazione di mero marketing che il mercato inghiottirà. Così l’arte si spegne nel riflesso del proprio Brand troppo citato, troppo premiato, troppo adorato, che partorisce performance riciclate per le SPA del superlusso che forniscono anche, tra i servizi, l’illusione di rivivere i momenti creativi dell’artista.
Per fortuna il tempo, al solito, farà giustizia del superfluo e alle generazioni future riproporrà, spero, l’Abramovich degli anni spietati e ruggenti.
Patti Smith: Il suo canto a cappella, con sonorità gregoriane e mistiche, all’inaugurazione del padiglione della Santa Sede l’ho potuto ascoltarlo solo in registrata perché ho “mancato” quel padiglione intitolato L’orecchio è l’occhio dell’anima. Ma, pure così, a distanza e in differita, l’emozione è stata profonda.
La voce di Patti Smith rompe il silenzio del Giardino Mistico con la forza primordiale di una preghiera laica, il suo canto a cappella si spoglia di ogni artificio rock per farsi vibrazione commossa Nell’intimità rarefatta dei Carmelitani Scalzi, in uno dei tanti meravigliosi angoli nascosti di Venezia, la figura fragile di Patti con gli orgogliosi capelli bianchi avanza tra le erbe officinali, mentre il vento tra i rami asseconda i suoi passi rituali.
Poi, il silenzio della pietra viene rotto da un suono ancestrale: la voce nuda di Patti Smith si leva senza strumenti, senza filtri, il canto sorge a cappella come un grido, una “Sonic Prayer” che evoca Santa Ildegarda di Bingen, mistica, musicista, teologa e dottore della Chiesa.
Mi commuovono le corde vocali di Patti, graffiate dal tempo, che vibrano abbracciando la sofferenza e la speranza sotto un unico velo.
E alla commozione contribuisce il ricordo di quel concerto a Firenze, alla fine degli anni 70: alcune note afone di oggi sono ancora le stesse di allora.





