Il Padiglione Italiano: Quelle Evocative Dività Minori
Dopo aver affrontato la scossa provocatoria ed estrema del Padiglione Austria, prosegue il nostro viaggio di avvicinamento a Venezia.
La quinta puntata dello speciale in 7 parti sulla Biennale d’Arte 2026.
Oggi torniamo all’Arsenale per varcare la soglia del Padiglione Italia. Vi accompagneremo in un incontro ambivalente ma straordinariamente poetico con l’opera di Chiara Camoni, tra antiche “divinità minori”, “materialismo magico” e una foresta di sculture che invita al sussurro. Un’esperienza ricca di sfumature per arricchire la vostra mappa concettuale prima del prossimo 20 luglio.
Magia e Spiritualità alla Biennale 2026
“Le tonalità minori rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni della poesia”. Questa visione della curatrice mi è sembrata essere colta in pieno dall’istallazione Con te con tutto, firmato dalla piacentina Chiara Camoni con la curatela di Cecilia Canziani; sicuramente per quanto riguarda la prima sala. Infatti, la visita del padiglione si è tradotto per me in un’esperienza ambivalente: affascinato totalmente dal primo spazio, disorientato dalla seconda sala. La proposta artistica della Camoni nasce da una sorta di “materialismo magico”, cioè da quella voglia di reincantare il mondo unendo la matericità dell’opera con la sua capacità di evocare mistero, trascendenza, magia; forse sulla scia della visione antropologica di De Martino. Un recupero ancestrale del rapporto tra umano, materia e natura che sfrutta anche il passaggio dalla luce accecante dell’esterno delle Tese delle Vergini all’Arsenale alla confortante, immersiva penombra dell’interno.
Dalla penombra emerge una vera e propria “foresta” di presenze scultoree. Si tratta di ventiquattro figure antropomorfe a grandezza naturale, modellate principalmente in terracotta e ceramica. Queste “divinità minori”, o “sorelle”, incorporano materiali organici e di scarto, come conchiglie, arbusti, pietre, plastiche assumendo l’aspetto di divinità arcaiche riemerse da un passato mitologico. Nell’ ambiente delle Tese, a forte sviluppo verticale, c’è qualcosa di solenne e rituale nell’accostarsi a ciascuna “creatura”: l’allestimento spinge a un confronto ravvicinato con la materia, innescando un dialogo silenzioso, intimo che indulge al mistero e alla magia. Confesso che non conoscevo l’artista Camoni: straordinaria la qualità di queste sue creazioni, nell’atmosfera magica ciascuna sembra sollecitare un dialogo unico e diverso. E aggiungo che viene spontaneo sussurrare qualcosa a ciascuna “sorella”.
Varcata la soglia della seconda sala, avverto un senso di spaesamento: il passaggio a una disposizione orizzontale di manufatti coincide con un cambio di registro che mi disorienta. Sono costretto a inseguire le didascalie e i testi scritti per orientarmi: in questo secondo ambiente, concepito come un’estensione aperta dello studio dell’artista e incentrato sulla co-creazione collettiva, mi perdo l’armonia evocativa del primo. La densità simbolica che caratterizzava la “foresta” di terracotta si stempera e poi svanisce in una successione di elementi disomogenei — tra case-laboratorio, opere di altri artisti e laboratori attivi — dove il focus si frammenta. Capisco l’intento di riconoscere e celebrare l’importanza della cura, delle relazioni, della coralità creativa, dell’accettazione di ogni materiale (del resto il titolo è: Con te con tutto), ma le modalità mi appaiono deboli e dispersive. Il risultato finale è un percorso che perde d’incisività, in cui la potenza evocativa della meravigliosa foresta umana della prima sala cede il passo a una messinscena relazionale che non mantiene la stessa tensione drammatica e la medesima suggestione dell’inizio.
Resta ovviamente la soddisfazione per aver conosciuto un’artista capace di offrici sculture di così grande potenza evocativa.
Artiste e Artisti invitati
Sono 110 i partecipanti alla Mostra Internazionale – tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo Kouoh privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. La curatrice ha attinto dalla sua variegata esperienza, dall’osservazione delle realtà artistiche di Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville, e ha immaginato come l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ogni artista, di ogni movimento possa incontrarsi con quelle di altri. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare questa geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro.
Questo articolo è già troppo lungo, per pensare di proporvi anche in questo caso la mia Top Ten commentata. Mi limito all’opera dell’artista che ho votato: Celia Vásquez Yui.

L’artista peruviana sconvolge la nostra prospettiva antropocentrica con l’installazione The Council of the Mother Spirits of the Animals: il Gran Consiglio degli Spiriti Madre degli Animali.
L’opera, esposta nella sala principale del Padiglione Centrale, riunisce 70 sculture zoomorfe in ceramica che riproducono molte creature minacciate dell’Amazzonia.
Disposte in un cerchio che ricorda un’aula parlamentare, queste figure non sono semplici oggetti passivi da osservare: i loro occhi di argilla ricambiano lo sguardo dei visitatori con un’intensità orgogliosa, magnetica, quasi inquisitoria. Questo ribaltamento mette in crisi l’idea che l’essere umano sia il padrone assoluto e il centro dell’universo. Queste creature potrebbero essere la copertina per “l’Antropologia non antropocentrica” di Massimo Canevacci!
La straordinaria qualità artistica di queste ceramiche emerge dalla millenaria modellazione manuale a colombino dell’argilla, senza cioè l’uso del tornio, che consente di non porre limiti alla creatività: ogni creatura è rivestita da resine vegetali e dipinta con complessi labirinti geometrici simmetrici, chiamati Kené, intrecci labirintici che fondono arte, spiritualità e medicina. Rappresentano il linguaggio visivo sacro, l’identità culturale e la mappa cosmologica del popolo indigeno Shipibo-Konibo dell’Amazzonia peruviana. Vásquez Yui opera proprio come una sciamana e attivista di questa comunità indigena radicata nelle sue origini, usa pigmenti estratti da piante e minerali della foresta uniti a canti di guarigione ancestrali.
Per la sua cultura, ogni animale possiede uno “spirito madre” vitale e sacro: l’installazione si trasforma così in un portale spirituale che urla il bisogno primordiale di difendere i diritti della natura.
Una visitatrice, vedendomi fotografare ripetutamente l’insieme e i singoli, si è avvicinata per chiedermi: “Li trova deliziosi anche Lei, vero? E che pensa … da giardino o da salotto?”. Gli rispondo che non credo che quegli animali siano stati concepiti per finire in uno spazio privato ed esclusivo. “Ah, no?! Ma io faccio l’arredatrice d’interni, cerco ispirazioni … Lei, aspetti – legge il mio badge e digita il mio nome sullo smartphone- giornalista, comunicatore d’impresa, docente … Prof?! Beh, allora mi spieghi bene il senso di questo raduno di animali. Così poi me la rivendo al Giorgio, il mio compagno!”.
Non mi sembra una ragione motivante, ma prevale l’impulso a condividere: “Vede … questo Gran Consiglio degli Animali non è qui per essere solo osservato (e tantomeno esposto in uno spazio privato e riservato), ma per interrogarci da pari a pari, ricordandoci che la Terra non ci appartiene, ma siamo noi a farne parte. Non li fotografo perché sono belli, ma per documentare il loro sguardo”. Mi dice che non ci aveva fatto caso, “ma è vero! Hanno uno sguardo terribile. Però … nella casa del Nanni, dentro una gabbia … avrebbero un loro perché!” Si batte le mani da sola, poi mi ringrazia, mentre accoglie con gridolini di orientamento “il Giorgio”, un palestrato tattico che, in trenta secondi, bacia “la Paola”, dichiara che ha viaggiato sul traghetto senza ticket perché c’era troppa fila, mi mette in mano un biglietto da visita popup e mi dice che se ho bisogno di un impianto “quantico” (?!?) di tappeti verdi sintetici, lui è un riferimento imprescindibile. Lo ringrazio e spero di dargli un piccolo dolore, dichiarando: “Io sono per la dicondra repens”. Ma il palestrato mi chiede candidamente cosa sia. “Un tipo di erba” rispondo. Fa un sorrisetto furbo e ammiccante: “Aaah! … Anche in questo caso sono per il sintetico: più pratico, più immediato, più performante …”.
Inutile chiarirgli l’equivoco. Vive, vivono un’altra quotidianità.





